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Image

 

  In questa stagione, a una certa ora – l’ora in cui il pomeriggio si trasforma lentamente nella sera – si sposta da dietro il banco e si avvicina alla porta del suo negozio. Da dietro la vetrata, guarda le macchine passare lungo la strada – scie rapide di colore e fari accesi – e il parcheggio del piccolo supermercato al di là della carreggiata, popolato di ombre che reggono borse e sacchetti.

 

Non è entrato nessuno, nel suo negozio, nemmeno oggi. Lui lo sa che è perché quasi non ci vede più. E quando quasi non ci si vede più è difficile riparare degli orologi. Ha dovuto ammettere, davanti ad alcuni clienti, che non era in grado di completare i lavori che gli avevano affidato, e Dio solo sa quanto ci avesse provato. Non gli è difficile immaginare che quelle voci siano girate velocemente: è sempre così che succede, in un piccolo paese, lo sa bene.

 Ripensa a quando poteva infilarsi il piccolo monocolo da lavoro sull’occhio destro, vedere con ancora maggiore chiarezza di quanto non riuscisse a fare a occhio nudo quel minuscolo mondo fatto di meccanismi e ingranaggi.

 

A un certo punto l’insegna al neon sopra la porta d’entrata sfarfalla e s’accende. La luce rossa col suo cognome si riflette sul vetro, gli infastidisce gli occhi. Li strofina, li apre più che può, ma li sente bruciare. Per via del buio che si fa sempre più fitto e dell’alone rosso dell’insegna non distingue più le ombre che si muovono nel parcheggio. Le auto sono ombre nere che sfilano su un fondale nero.

Chiude la porta con un giro di chiave. Torna dietro al bancone. Cerca di non guardare più oltre il vetro della porta. Aspetta che arrivi l’orario di chiusura.

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ImageLegge questa frase nel libro “Semi di trasformazione” di Bhagvam Shree Rajnesh: “Ognuno di noi è nell’oceano. Non dobbiamo cercarlo o raggiungerlo, dobbiamo solo cominciare a berlo”.
Ci riflette per qualche ora, quindi arriva alla conclusione che è una frase priva di senso. A meno che non si sostituisca la parola oceano con birra nei momenti buoni, e con merda in quelli cattivi.

salumeria

Ieri, mentre ero in macchina con Eli, ad un semaforo ci ha affiancato un tamarro.
Finestrino abbassato, braccio sinistro abbandonato lungo la portiera tirata a lucido, ascoltava un brano rap ad altissimo volume. Non appena si è accorto del minimo interesse – be’, interesse non è la parola esatta – che la sua figura suscitava su di noi, ha armeggiato con l’autoradio e ha cambiato brano.
Un secondo più tardi, dai finestrini aperti, ad un volume se possibile ancora maggiore, è uscita una canzone truzza da discoteca così satura di bassi da far sobbalzare la macchina e così oscena da far sobbalzare il mio sensibile animo da rocker.
“Bene così” ho detto.
Eli ha riso.
Poi è scattato il verde. Il tamarro è sgommato via, lasciandosi dietro una scia che sapeva di pneumatico bruciato e – grazie a Dio – anche quella terribile canzone.
“Spiegami in che senso il connubio uomo-macchina attrae le donne” ho chiesto allora ad Eli. “O, almeno, in che modo dovrebbe farlo”.
“Secondo me non funziona”, ha detto Eli. “Di sicuro non nel caso del tamarro e della sua auto”.
Intanto, mi è venuto in mente il dottor T..

Quando lavoravo per il dottor T., con il dottor T. non parlavo praticamente mai.
O meglio, non parlavo di niente che non riguardasse il lavoro.
Quando non era preso dall’ansia di scadenze e consegne che lo rendevano agitato in maniera innaturale, allora il dottor T. poteva anche concedersi qualche parola su argomenti non lavorativi. Se succedeva, si finiva sempre per parlare di automobili e – in particolare – della sua automobile: un’Alfa, rossa fiammante, che aveva trovato usata. “Un affare”, mi aveva detto.

Ogni tanto, per lavoro, eravamo costretti a brevi trasferte. Ci muovevamo quasi sempre con la sua macchina, anche se avremmo potuto prendere un treno. “Ma così rientriamo prima in ufficio”, mi aveva spiegato il dottor T..
La prima volta che ero salito sulla sua auto – sedili in pelle, cruscotto lindo, un sottile profumo di Abre Magique che si spandeva nell’abitacolo, anche se l’Abre Magique, in realtà, non c’era – il dottor T. si era messo a spiegarmi tutte le caratteristiche della sua macchina, con certi virtuosismi da Quattroruote che mi mettevano a disagio e che non sapevo come commentare.
Poi, passate in rassegna le peculiarità del motore, si era dedicato all’illustrazione degli optional. Tra questi, uno in particolare lo rendeva oltremodo orgoglioso: in poche parole, entrato in macchina e inserito un codice sul display dell’autoradio, il suo cellulare veniva preso in gestione dall’auto (immagino che possa esistere un termine tecnico per questo processo, ma ovviamente non lo conoscco, e non mi pare il caso di perdere tempo per fare ricerche). In caso di chiamata il volume dell’autoradio si abbassava, gli squilli passavano attraverso le casse e, premendo un tasto sul volante, poteva parlare direttamente in vivavoce, anche se il telefono era in tasca o infilato nella valigetta.
“Fantastico” avevo commentato io. Anche perchè mi rendevo conto che era l’unico argomento che mi permettesse di partecipare in qualche modo alla conversazione. Non sono mai stato un esperto di motori – proprio per niente – e quel dettaglio mi sembrava alla mia portata.
“Fantastico” avevo ripetuto di nuovo.
“Fantastico. E utilissimo” aveva aggiunto il dottor T..
C’erano altre cose che doveva farmi vedere. Il mio entusiasmo – evidentemente ben simulato – doveva averlo contagiato. Poi eravamo arrivati a destinazione.

Qualche mese più tardi. La trasferta era dovuta ad un corso di aggiornamento.
In macchina, oltre a me e al dottor T., c’era anche L., una quarantenne di bell’aspetto che ricordava in qualche modo Meg Ryan prima che si rovinasse a colpi di interventi chirurgici.
Il dottor T. le aveva aperto la portiera e l’aveva fatta accomodare sul sedile anteriore. Io ero stato confinato sul retro, insieme ai documenti di lavoro.
Procedevamo – rispettando rigorosamente i limiti di velocità – in una mattinata di nebbia.
“Hai caldo? Freddo? Se vuoi posso regolare da qui la temperatura interna” aveva detto il dottor T. a L., premendo un bottone sul cruscotto e mostrandole come bastasse un semplice tocco di dita per alzare o abbassare la temperatura.
“Non c’è bisogno, grazie. Va bene così”, aveva risposto lei.
La radio era sintonizzata su una di quelle stazioni che mandano a rotazione solo grandi successi italiani del passato. Su quella decisione, il dottor T. non aveva chiesto il parere a nessuno.
Massimo Ranieri, Dino, e la mattinata nebbiosa stavano dando i loro effetti: gli occhi mi si chiudevano senza che potessi farci nulla.
“Se vuoi posso metterti il riscaldamento direttamente sul tuo sedile. Sedile riscaldato. Posso fare anche quello, da qui” aveva detto il dottor T. a L..
L. aveva scrollato la testa. “Non c’è bisogno, grazie”.
Il dottor T. aveva stretto la mascella e mi aveva guardato per un attimo dallo specchietto retrovisore. Santo cielo, come mai questa donna non sembra colpita da questa macchina?, sembrava chiedermi la sua espressione stupita.
Avevo guardato fuori dal finestrino, gli occhi a mezz’asta. La nebbia si mangiava i campi che costeggiavano la strada.
“Massimo!” mi aveva risvegliato dopo qualche minuto il dottor T.. Quando era in agitazione ogni tanto sbagliava pure il mio nome. Non lo correggevo nemmeno più. “Massimo” mi aveva chiesto, “è lì dietro il mio cellulare?”.
Si era messo a tastarsi le tasche della giacca e dei pantaloni in maniera melodrammatica, enfatizzando i movimenti.
“Qui dietro non c’è” avevo detto spostando un paio di cartelline piene di documenti. Il dottor T. era un tipo metodico e mi sembrava strano che il cellulare non fosse nella tasca interna della giacca, dove lo metteva sempre.
Il dottor T. si era palpato ancora per un po’.
“Chiamami”, mi aveva detto poi.
L’avevo chiamato con il mio cellulare. La voce di Al Bano era sfumata e uno squillo amplificato si era sparso per l’abitacolo. Il mio nome – corretto, questa volta – era apparso sul display dell’autoradio.
“Ah! Ma allora c’è da qualche parte questo benedetto cellulare!” aveva esclamato sollevato il dottor T.. “Grazie, Massimo, poi lo cerchiamo”.
Si era voltato in direzione di L.. Immagino s’aspettase di trovarla stupita di quel prodigio, ansiosa di chiedere spiegazioni: ma come, il suo cellulare direttamente collegato con l’autoradio?
L. era rimasta perfettamente indifferente.
“Quando entro in macchina”  le aveva spiegato dopo qualche secondo di silenzio il dottor T., “mi basta inserire un codice e il telefono mi passa direttamente in vivavoce, attraverso l’autoradio”. E poi: “Guarda. Massimo, prova a richiamarmi”.
Diosanto, avevo pensato. L’avevo richiamato. Ancora una volta gli squilli – fastidiosi e fuori posto – avevano rotto il silenzio dell’abitacolo.
“Hai sentito?” aveva chiesto il dottor T. a L., indicandole con l’indice prima l’aria circostante e poi il mio nome che scorreva sul display.
“Ah”, aveva risposto L.. Nient’altro.
Il dottor T. non aveva più detto nulla.
Al Bano, intanto, aveva ripreso a cantare: diceva che la felicità è la pioggia che scende dietro le tende, la felicità.

Poi mi addormento. Faccio uno di quei sogni brevissimi in cui entrano parole e rumori e suoni del mondo reale.
Nel sogno, ci sono io che faccio uno squillo nella macchina del dottor T.. L., sul sedile davanti, come di fronte ad una specie di comando, si sfila jeans e mutandine e poggia il suo bel culo sul sedile in pelle. Riscaldato. Il dottor T. sorride soddisfatto.
Mi sveglio di soprassalto, nel momento esatto in cui arriviamo alla sede del seminario.

La sera, riportiamo L.. alla sua auto, poi il dottor T. mi allunga verso il parcheggio dove ho posteggiato la mia modestissima Clio.
Mentre sto per scendere gli arriva una chiamata. D’istinto, il dottor T. recupera il cellulare dalla tasca interna della giacca. Poi si blocca, lo infila nuovamente nella tasca e compone il codice sull’autoradio.
Chiudo la portiera e lo saluto con un cenno.
Mentre riparte, attraverso i finestrini chiusi, sembra che stia parlando da solo.

Questa mattina ero da mia nonna.
Lei era impegnata nelle faccende di casa, mentre io stavo scrivendo un articolo sul portatile.
Fuori, una bella mattinata di sole di inizio aprile.
Ad un certo punto abbiamo sentito una tortora fare il suo verso. Non so se avete presente il verso della tortora. Qualche volta uno nemmeno ci fa caso, se qualcuno non glielo fa notare. Su internet ho trovato scritto che i poeti hanno fatto del canto della tortora un simbolo dell’amore e il monotono tubare del maschio è stato interpretato come una solenne dichiarazione d’amore e di fedeltà. Ma questo l’ho scoperto dopo, quindi non vale.

Ad ogni modo, io scrivo sul portatile, mia nonna è impegnata con le faccende di casa e questa tortora, fuori dalla finestra, sotto il sole di una bella giornata di inizio aprile, continua a fare il suo verso.
Non credo che mia nonna sappia qualcosa del fatto che i  poeti hanno fatto del canto della tortora un simbolo dell’amore e che il monotono tubare del maschio è stato interpretato come una solenne dichiarazione d’amore e di fedeltà. Credo che non ne sappia niente, ma dopo un po’ che questa tortora sotto il sole di inizio aprile continua con il suo verso, mi chiede: “La senti la tortora, là fuori? Sembra proprio che dica re-si-sti! Re-si-sti!“.

E io allora smetto di scrivere il mio articolo sul portatile e mi metto ad ascoltare. Non so se l’avete presente, il verso della tortora. Qualche volta uno a certe cose nemmeno ci fa caso, se qualcuno non gliele fa notare. Mi metto ad ascoltare ed è vero: certe mattine di sole di inizio aprile, fuori dalla finestra, ci sono delle tortore che sembrano proprio dire così: re-si-sti! Re-si-sti!

                                                                        1.

(…) Ho ammazzato i miei genitori perché usavano un bagnoschiuma assurdo, Pure & Vegetal.
Mia madre diceva che quel bagnoschiuma idrata la pelle ma io uso Vidal e voglio che in casa tutti usino Vidal.
Perché ricordo che fin da piccolo la pubblicità del bagnoschiuma Vidal mi piaceva molto.
Stavo a letto e guardavo correre quel cavallo.
Quel cavallo era la Libertà.
Volevo che tutti fossero liberi.
Volevo che tutti comprassero Vidal.

Poi un giorno mio padre disse che all’Esselunga c’era il tre per due e avremmo dovuto approfittarne. Non credevo che includesse anche il bagnoschiuma.
La mia famiglia non mi ha mai capito.

Da allora mi sono sempre comperato il bagnoschiuma Vidal da solo, e non me ne è mai importato nulla che in casa ci fossero tre confezioni di Pure & Vegetal alla calendula da far fuori.
Anzi quando entravo nel bagno e vedevo appoggiata al bidè una di quelle squallide bottiglie di plastica non potevo fare a meno di esprimere tutta la mia rabbia, rifiutandomi di cenare con loro.

Non tutto può essere comunicato.
Provatevi voi a essere colpiti negli ideali. Per delle questioni di prezzo, poi. Stavo zitto.

Mangiavo in camera mia, patatine e tegolini del Mulino, non volevo più nemmeno vedere i miei amici: fingevo di non esserci, quando mi chiamavano al telefono.

Giorno dopo giorno mi accorgevo di quanto mia madre fosse brutta.
Avevo una madre che non avrebbe mai potuto candidarsi in politica, con le vene varicose e le dita ingiallite dalle sigarette.
Mia madre mi faceva schifo e mi chiedevo come era possibile che da bambino la amassi.
Mio padre diventava sempre più vecchio anche lui.
Era davvero arrivato il momento di ammazzarli.

Una sera uscii dalla mia camera e dissi loro che avevo deciso di eliminarli.
Mi guardarono con i loro occhi da vecchi e, stupiti forse dal fatto che gli rivolgessi la parola, mi chiesero perché.
Dissi che dovevano cambiare bagnoschiuma, almeno.
Si misero a ridere.

Allora salii in camera e presi la lattina di pomodori pelati che mi ero nascosto sotto il letto per mangiarmeli di notte.
Tornai in cucina e chiusi la porta a chiave.

Urlai a mia madre che era una schifezza di persona e che si sarebbe dovuta fare asportare l’utero prima di concepirmi.
Mio padre si alzò di scatto cercando di darmi una sberla ma io gli tirai un tale calcio nei testicoli che cadde a terra senza respirare.

Mia madre si avventò piangendo su di lui, urlando cose sconnesse che la rendevano ancora più vecchia e ridicola. Le affondai il coperchio di latta tagliente sul collo, uscivano litri di sangue mentre gridava come un maiale.
Poi ammazzai mio padre con il coltello dei surgelati. (…)

(Aldo Nove, Superwoobinda, Einaudi, 1998)

2.

Accoltella il padre dopo un litigio per la Playstation

Padre e figlio giocano al calcio con la «Playstation 2». Poi, discutono. Litigano. E il figlio colpisce il padre alla gola con un coltello lungo 40 centimetri. Solo l’intervento chirurgico d’urgenza alle Molinette ha salvato Fabrizio, 46 anni, che ha rischiato di morire per mano del figlio Mario (il nome è di fantasia), 16 anni compiuti da pochi giorni. Il giovane è stato arrestato dagli agenti della «Squadra Volante», dopo aver consultato il pm della procura per i minori di Torino. Il padre è ancora ricoverato in ospedale. I medici si sono riservati la prognosi, una precauzione dopo il delicato intervento di tracheotomia, un foro nella laringe (potrebbe diventare permanente) per facilitare la respirazione.

E’ stato proprio il giovane a ricostruire la vicenda, negli uffici della polizia. Con lui c’era la madre Monica, 48 anni. «Erano quasi le 13. Giocavo con mio padre a “Fifa 2009”, un gioco di calcio per la “Playstation”. Ma lui continuava a insistere sulle regole», ha raccontato il giovane. Già, le regole. Il padre vuole imporle, il figlio si ribella: «La “Playstation” è mia e faccio come mi pare». Il tono di voce cresce, in un attimo il ragazzo passa agli insulti. Il padre si spazientisce. Per affermare il proprio ruolo decide di interrompere il gioco in modo brusco: sfila dal retro della tv il cavo di collegamento con la console.

Schermo buio, Mario si alza di scatto e va in cucina. Apre un cassetto, prende il coltello da salumi (lungo 40 centimetri, almeno 23 di lama), torna in salotto e colpisce il padre alla gola. Un taglio lungo 10 centimetri, profondo, orizzontale, sotto l’osso ioide, arriva a recidere l’epiglottide. Poi, Mario torna in cucina, lava il coltello sotto l’acqua nel lavello e lo appoggia sullo scolapiatti.

In cucina c’è la madre del ragazzo. Prepara il pranzo. «Non ho fatto caso a mio figlio», ha spiegato alla polizia. L’ha visto prendere il coltello, ha visto che si dirigeva verso il salotto, ma non ha collegato quel gesto con la lite di pochi attimi prima. Intuisce qualcosa quando Mario torna a lavare il coltello. Corre in salotto, il marito le viene incontro, i vestiti pieni di sangue e la mano destra premuta contro la gola squarciata. Prende il telefono, chiama il «118». Mario si è rintanato in camera, ha chiuso la porta, ma senza usare la chiave. Dalla centrale del soccorso medico la telefonata rimbalza alla sala operativa della polizia. L’ambulanza arriva in pochi minuti. La corsa in ospedale, l’intervento d’urgenza. A metà pomeriggio i medici avvisano la polizia: «E’ salvo».

In quel momento, gli agenti sono impegnati a raccogliere le dichiarazioni del figlio. Parla in presenza della madre. Entrambi sono calmi. Gli investigatori non riescono a capire come una discussione tra padre e figlio per un videogioco possa trasformarsi in tragedia. Scampata solo per la rapidità di intervento dei medici. Pochi minuti di ritardo avrebbero trasformato Mario in un assassino. Per questo, il magistrato ha concordato con i poliziotti l’arresto del giovane. Il fatto è grave. Serviva un freno. Per distinguere la realtà dalla finzione. E per far riflettere un ragazzino sulle conseguenze delle proprie azioni. Questa volta, non basterà premere un pulsante per cancellare una brutta avventura.

(www.lastampa.it, 25 gennaio 2010)

0.
“Ho sempre fatto vacanze in economia, sono abituato ai posti spartani”. E’ una frase di Massimo Tartaglia – l’attentatore (e il corsivo è quanto mai voluto) di Silvio Berlusconi – che ho letto quasi un mese  fa, riportata su uno dei settimanali più venduti in Italia. Una frase che Tartaglia ha detto dal carcere di San Vittore. Sulle prime – lo ammetto – ho riso: ho pensato che fosse una grande battuta, degna di un ottimo comico. Voglio dire, se Tartaglia fosse stato pienamente consapevole del suo gesto e una volta in carcere se ne fosse uscito con una frase del genere, sarebbe stato davvero qualcosa di memorabile. Ma un attimo dopo aver riso mi sono vergognato: perché Massimo Tartaglia non è un comico e nemmeno una persona pienamente consapevole della portata del suo gesto, ma un uomo con  dei problemi di salute accertati. E dietro questa frase c’è forse da leggere qualcosa di più profondo e di più tragico.

1.
Cosa ne so io, di Massimo Tartaglia? Niente, in definitiva. Non più di quello che è stato riportato dai giornali e che ho trovato sulla rete. Non più di quello che ci hanno voluto far sapere, in qualche modo. La sua frase mi è rimasta sullo stomaco e lì è rimasta per settimane, a fermentare e a farmi lavorare di fantasia, dando origine a questi appunti fuori tempo massimo. Dico farmi lavorare di fantasia perché – in mancanza di informazioni più precise – non ho potuto fare a meno di pensare a Tartaglia come ad un personaggio di un racconto. Bene: ho usato i pochi dettagli a mia disposizione e ho messo il mio personaggio nel vuoto di una cella di San Vittore. Il mio personaggio di quarant’anni ha detto: “Ho sempre fatto vacanze in economia, sono abituato ai posti spartani”. Quante persone – ho pensato – fanno vacanze in economia? Molte, io compreso. E delle stanze in cui ho soggiornato non ricordo praticamente nulla. Qualche immagine confusa di lenzuola sporche e camerate piene in qualche ostello. Tutte cose che vengono cancellate in fretta e che passano in secondo piano se sei in compagnia di qualche amico o della tua ragazza. Quand’è – mi sono chiesto allora – che si ha tempo per guardare davvero una stanza, per rendersi conto di quanto sia spartana? Quando si è soli, ho pensato. Quando, anche in vacanza, si passa troppo tempo chiusi dentro quattro mura. E perché qualcuno dovrebbe passare del tempo da solo, anche in vacanza? Perché ha qualcosa per cui non viene accettato.  Il mio lavoro sul personaggio era praticamente quasi finito: un uomo solo, di circa quarant’anni. L’ho anche immaginato in uno di quei minuscoli appartamenti delle località di mare. Esce poco, solo per fare la spesa e per passare qualche ora in spiaggia. Non parla quasi mai con nessuno. Si accorge che la gente lo tratta come un tipo strano. Non gli capita solo lì, gli capita anche quando è in città. Poi lo rinchiudono in una cella e lui non ci trova troppa differenza dai posti in cui ha passato le vacanze. Quante persone – mi sono chiesto – arrivano a pensare alle vacanze a qualcosa di simile ad una prigione?

2.
Di Massimo Tartaglia si è parlato poco, dopo il 13 dicembre. Le immagini esistenti riprendono  solo la sua espressione spaventata al momento del fermo. L’attenzione si sposta immediatamente su Silvio Berlusconi. Il presidente del Consiglio, dopo essere stato colpito al volto, entra in macchina e ne esce poco dopo. Esce con il chiaro intento di farsi fotografare ferito e sanguinante. Le foto fanno il giro del mondo e Berlusconi riceve la solidarietà di chiunque, nonostante il suo sia un gesto calcolato, probabilmente la mossa più geniale di tutti i suoi anni di governo. Una mossa che probabilmente gli permetterà di vincere ancora alle prossime elezioni. Berlusconi sa bene quanto sia forte il potere dell’immagine, conosce la forza dell’apparire: tutta il suo impero è fondato su questo. Dai programmi televisivi Mediaset al trapianto di capelli, dal cerone al sorriso a trentadue denti, dalle battute al lifting, tutto il suo potere è stato costruito sull’apparenza. L’apparenza di un uomo forte e vincente, che si è costruito da solo e che per questo ha, anche, molti nemici invidiosi: i giudici, la sinistra italiana, tutti coloro che osano contraddirlo.

3.
La solidarietà unanime a Silvio Berlusconi è stata la vittoria totale del berlusconismo. Per berlusconismo intendo una manovra ampia, durata decenni, che ha stabilito la vittoria dell’apparenza su tutto il resto. Berlusconi non ha vinto con le elezioni del 1994, ma molto prima, a partire da programmi come Drive In. Ha imposto un modello di uomo vincente, uno stile di vita che nel bene e nel male ci ha condizionato e continua a condizionarci. La televisione decide cosa è importante e quello che non passa sullo schermo scivola naturalmente in secondo piano. Per questo – credo – di Massimo Tartaglia non si è più saputo niente. Parlarne avrebbe significato renderlo vero, riconsegnargli una sua dignità, forse comprendere il motivo del suo gesto.

4.
Il berlusconismo, che si regge sull’apparenza, confina tutto ciò che può dare fastidio nell’invisibilità. In modo particolare alcune scelte di governo – sull’immigrazione e sulla prostituzione, per esempio – adoperano appieno questo metodo. Non si cerca di affrontare la questione alla radice, ma si cerca di nascondere le loro espressioni più visibili. Per questo ci si accontenta che un campo nomadi non venga costruito vicino alla propria città, o che le prostitute non battano lungo i viali. Si parla di sicurezza e di decoro, ma la verità è che, assuefatti al berlusconismo, ci siamo convinti che ciò che non vediamo direttamente, in realtà, non esiste.

5.
Non parlare di Massimo Tartaglia è una scelta che va in questa direzione. Tartaglia era un invisibile e deve rimanere un invisibile. Tartaglia rappresenta l’uomo sconfitto, chi – nel sistema perverso del berlusconismo – ha perso: solo, malato, strano per i canoni che ci sono stati imposti negli ultimi decenni. Tartaglia è una vittima del berlusconismo, ma non si accontenta di scontare la sua colpa: passa all’azione, per quanto il suo gesto possa non essere condivisibile. In qualche modo potrebbe essere un esempio per qualcun altro. Cancellarlo e relegarlo nel dimenticatoio fa sì che il suo gesto – che non ha il potere di trasformarsi in apparenza tanto quanto il volto sanguinante del Premier, rimbalzato in tutto il mondo – risulti inutile, e ci convinciamo che un altro gesto simile, che vada cioè nella direzione di scalfire il berlusconismo sia un tentativo destinato a fallire. E in tutto questo la cosa più tragica e tremenda è che non ci preoccupiamo dell’invisibilità di Tartaglia, perché Tartaglia dà fastidio anche a tutti noi – tutti quanti – perché dimostra che il regno dell’apparenza del berlusconismo è fragile e pronto a rompersi da un momento all’altro. E in qualche modo, a questo sogno televisivo lungo venticinque anni – più o meno consapevolmente – abbiamo creduto e continuiamo a credere tutti quanti.

In un bagno, su una nave diretta in Grecia, scoprirai che non è male lavarsi i denti di prima mattina guardando fuori da una finestra il mare aperto.

Ma ci vorrà ancora qualche ora. Per adesso, sei in un bagno, su una nave diretta in Grecia, per la cosa più semplice.
Per cui, in piedi davanti al water, chiuso nel cubicolo in cui quasi non ci si riesce a muovere, fai quel che devi fare.

Sopra la tazza c’è un adesivo. C’è scritto:
PLEASE DON”T THROW THE TOILET PAPER IN THE TOILET BASIN. USE THE SPECIAL WASTE BASKET.
Più in basso, la stessa avvertenza è riportata in altre lingue, accanto alla bandierina corrispondente.
Vicino al tricolore leggi:
PREGO, NON GETTARE LE CARTE NEL BACINO. USARE IL CANESTRO SPECIALE DEI RIFIUTI.

Per cui è in un bagno, su una nave diretta in Grecia, che scopri che certe avvertenze vengono tradotte con il traduttore automatico che si trova su Internet.

Riporto qui il pezzo di Luigi Bernardi – intitolato “Assassinio in villa” – pubblicato sul numero 6 della rivista ANIMAls, nella rubrica Cronache Infedeli.
Lo trovo bello ed efficace, in grado di dire molte più cose di tanti commenti.

ASSASSINIO IN VILLA

Lo diceva anche Enrico Mentana: state attenti agli albanesi che vanno a rubare nelle villette, sono così feroci che possono uccidere. Lo hanno fatto tante volte, lo faranno ancora. Giovanni lo sa che i ladri sono pericolosi e possono pure uccidere, lo sa anche se non saprebbe distinguere un albanese da un avellinese, e la sua più che una villetta potrebbe definirsi una normale csa di campagna. Giovanni lo sa e dorme con almeno mezzo occhio e mezzo orecchio aperti. Di solito non succede niente. Ma ‘di solito’ è una frase della quale non ci si può fidare; nessun ‘di solito’ ha mai evitato una tragedia.

Giovanni si è inventato un antifurto artigianale, ci ha pensato a lungo e finalmente ha avuto l’idea: un pentolino con dentro una bottiglia di vetro, sul davanzale della finestra della cucina. Chi passasse di lì, scavalcando, farebbe cadere la bottiglia, e Giovanni sentirebbe il rumore, inequivocabile perchè solo un ladro può entrare in una casa attraverso la finestra della cucina.

Questa notte, Giovanni sente il rumore della bottiglia che va in frantumi. La pistola calibro 22 la tiene nel comodino, stringe il calcio fra le dita ancora prima di alzarsi. Sussurra alla moglie Giacinta di non muoversi, esce dalla stanza. Chiama suo figlio Alfredo che abita al piano di sopra, telefona anche ai carabinieri. Comincia a perlustrare la casa, pronto a sparare contro il ladro o la banda di ladri. Non trova nessuno, esce, tira tre colpi in aria, una specie di avvertimento contro il nemico invisibile. Gli pare di sentire ancora dei rumori, rientra in casam, va in camera da letto: c’è un’ombra dietro la tenda, un’ombra solida, come di qualcuno che si nasconde, pronto a balzare fuori e colpire. Giovanni lo anticipa: spara, spara tre colpi uno dietro l’altro. La mira è perfetta, l’ombra si affloscia e stramazza sul pavimento. E’ in quell’istante che Giovanni lancia un’occhiata al letto matrimoniale: sua moglie Giacinta non c’è, non è dove dovrebbe essere. E’ invece dove non dovrebbe essere: a terra dietro la tenda della finestra, crivellata da tre colpi di pistola. Doveva essersi spaventata, Giacinta, così spaventata da non riuscire a rimanere sdraiata a letto: la tenda dev’esserle sembrata un riparo più sicuro.

Giovanni non resiste alla scena, si punta la pistola addosso ma ha finito i colpi. Corre a caricare un vecchio fucile a pallettoni, i carabinieri arrivano in tempo per evitargli il suicidio. <<Le avevo detto di non muoversi>>, si giustifica Giovanni. <<L’amava come il primo giorno>>, incalzeranno amici e conoscenti. Giacinta era la seconda moglie di Giovanni, una honduregna di cinquantatrè anni, diciotto meno di lui, conosciuta alla fine di un matrimonio difficile, che l’aveva caricato di quattro figli.

Giovanni lo condanneranno per omicidio colposo, ma non lo metteranno in galera. Lo lasceranno lì, a marcire nel rimorso, nella sua casa che non è una villetta, in un paese dove di albanesi se ne vedono pochi. Non passerà giorno in cui non penserà a Giacinta, a quella tenda e a quella maledetta paura dei ladri. I ladri possono rubare delle cose, anche cose importanti. L’anima invece uno se la ruba da solo, magari con l’aiuto di un telegiornale. Quanto alla bottiglia caduta dal davanzale, una risposta Giovanni non se la saprà dare mai. Forse un animale, forse il diavolo in persona, venuto a verificare quanto sia ormai seccante dannare persone che si dannano da sole.

[Luigi Bernardi, “Assassinio in villa”. Da ANIMAls numero 6, pagina 93, novembre 2009, Coniglio Editore]

http://persecutorio.iobloggo.com/110/evviva-i-materiali

Punto 11.