Riporto qui il pezzo di Luigi Bernardi – intitolato “Assassinio in villa” – pubblicato sul numero 6 della rivista ANIMAls, nella rubrica Cronache Infedeli.
Lo trovo bello ed efficace, in grado di dire molte più cose di tanti commenti.

ASSASSINIO IN VILLA

Lo diceva anche Enrico Mentana: state attenti agli albanesi che vanno a rubare nelle villette, sono così feroci che possono uccidere. Lo hanno fatto tante volte, lo faranno ancora. Giovanni lo sa che i ladri sono pericolosi e possono pure uccidere, lo sa anche se non saprebbe distinguere un albanese da un avellinese, e la sua più che una villetta potrebbe definirsi una normale csa di campagna. Giovanni lo sa e dorme con almeno mezzo occhio e mezzo orecchio aperti. Di solito non succede niente. Ma ‘di solito’ è una frase della quale non ci si può fidare; nessun ‘di solito’ ha mai evitato una tragedia.

Giovanni si è inventato un antifurto artigianale, ci ha pensato a lungo e finalmente ha avuto l’idea: un pentolino con dentro una bottiglia di vetro, sul davanzale della finestra della cucina. Chi passasse di lì, scavalcando, farebbe cadere la bottiglia, e Giovanni sentirebbe il rumore, inequivocabile perchè solo un ladro può entrare in una casa attraverso la finestra della cucina.

Questa notte, Giovanni sente il rumore della bottiglia che va in frantumi. La pistola calibro 22 la tiene nel comodino, stringe il calcio fra le dita ancora prima di alzarsi. Sussurra alla moglie Giacinta di non muoversi, esce dalla stanza. Chiama suo figlio Alfredo che abita al piano di sopra, telefona anche ai carabinieri. Comincia a perlustrare la casa, pronto a sparare contro il ladro o la banda di ladri. Non trova nessuno, esce, tira tre colpi in aria, una specie di avvertimento contro il nemico invisibile. Gli pare di sentire ancora dei rumori, rientra in casam, va in camera da letto: c’è un’ombra dietro la tenda, un’ombra solida, come di qualcuno che si nasconde, pronto a balzare fuori e colpire. Giovanni lo anticipa: spara, spara tre colpi uno dietro l’altro. La mira è perfetta, l’ombra si affloscia e stramazza sul pavimento. E’ in quell’istante che Giovanni lancia un’occhiata al letto matrimoniale: sua moglie Giacinta non c’è, non è dove dovrebbe essere. E’ invece dove non dovrebbe essere: a terra dietro la tenda della finestra, crivellata da tre colpi di pistola. Doveva essersi spaventata, Giacinta, così spaventata da non riuscire a rimanere sdraiata a letto: la tenda dev’esserle sembrata un riparo più sicuro.

Giovanni non resiste alla scena, si punta la pistola addosso ma ha finito i colpi. Corre a caricare un vecchio fucile a pallettoni, i carabinieri arrivano in tempo per evitargli il suicidio. <<Le avevo detto di non muoversi>>, si giustifica Giovanni. <<L’amava come il primo giorno>>, incalzeranno amici e conoscenti. Giacinta era la seconda moglie di Giovanni, una honduregna di cinquantatrè anni, diciotto meno di lui, conosciuta alla fine di un matrimonio difficile, che l’aveva caricato di quattro figli.

Giovanni lo condanneranno per omicidio colposo, ma non lo metteranno in galera. Lo lasceranno lì, a marcire nel rimorso, nella sua casa che non è una villetta, in un paese dove di albanesi se ne vedono pochi. Non passerà giorno in cui non penserà a Giacinta, a quella tenda e a quella maledetta paura dei ladri. I ladri possono rubare delle cose, anche cose importanti. L’anima invece uno se la ruba da solo, magari con l’aiuto di un telegiornale. Quanto alla bottiglia caduta dal davanzale, una risposta Giovanni non se la saprà dare mai. Forse un animale, forse il diavolo in persona, venuto a verificare quanto sia ormai seccante dannare persone che si dannano da sole.

[Luigi Bernardi, “Assassinio in villa”. Da ANIMAls numero 6, pagina 93, novembre 2009, Coniglio Editore]

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