Io e Eli ci svegliamo praticamente nello stesso momento, quando il tizio comincia ad urlare troppo forte.
Le luci mi fanno male agli occhi e mi ci vuole un attimo per rendermi conto dove sono. All’interno della nave della Anek Lines. Di ritorno dalla Grecia. Sdraiato su un materassino gonfiabile. Provavo a dormire, fino a qualche secondo fa.

“Where is the problem, eh?” urla il tizio ad un ragazzo con i capelli ingellati e la divisa della Anek Lines. “Tell me where is the problem”.
Le parole gli escono lente e impastate e – immagino – accompagnate da qualche spruzzo di saliva poco simpatico. Non ci vuole molto a capire che è ubriaco.
Il ragazzo con i capelli ingellati mantiene un tono di voce più basso, lo invita a fare silenzio.
“Silence, please”, gli dice. “It’s four o’clock in the morning”.

C’è qualche altro scambio di battute che, dalla mia postazione sul materassino, non riesco a decifrare. Sto quasi addormentandomi di nuovo, quando il tizio ricomincia ad urlare e la conversazione prende una piega assurda.
“I don’t no respect you”, dice il tizio al ragazzo ingellato.
“You don’t respect me?” chiede il ragazzo.
“No, I say I don’t no respect you, so why you treat me like that?”.
“Why you don’t respect me?”.
“I say I don’t no respect you”.
“Why you don’t respect me?” chiede di nuovo il ragazzo ingellato.
“I don’t no respect you”, scandisce il tizio. “So, why you treat me like that?”.

“Credo che voglia dire che non gli sta mancando di rispetto” provo a spiegare ad alta voce a me stesso e ad Eli. “Tipo I don’t uguale Io non, e no respect you non ti sto non rispettando. Sì, credo che nella sua testa la frase che ripete di continuo dovrebbe suonare più o meno come Io non ti sto non rispettando“.
“Perchè non dormi invece di fare ricerche linguistiche sugli ubriachi?” mi chiede Eli.
Sto per risponderle, quando il tizio, con un colpo di genio, finalmente lo dice.
“I respect you”, lo sento dire al ragazzo ingellato della Anek Lines, che pare tranquillizzarsi. Parlano ancora un po’, ad un livello di voce decisamente più basso.
“Vedi che avevo ragione?” dico a Eli. Eli non risponde, si è già riaddormentata. Mi sistemo di nuovo sul materassino gonfiabile. Chiudo gli occhi.

Può passare un minuto o forse un’ora intera: sono stanco e senza orologio e quando chiudo gli occhi perdo completamente la cognizione del tempo.
“Why you treat me like that?” sta urlando di nuovo il tizio al povero ragazzo ingellato. “You’re not a policeman, right? Are you a policeman? No. So why you treat me like that?”.
Mi metto di nuovo a sedere sul materassino.
“Ancora?” borbotta Eli.
“Ancora” dico io.
“Silence, please” dice il ragazzo della Anek Lines.
“You’re not a policeman” risponde il tizio.
“Please, sir. Silence”.
“Why you treat me like that? Answer me. Why you treat me like that?”.
“Calm down” dice il ragazzo ingellato.
“Calm down?” ripete il tizio. “You tell me calm down?”. Adesso sta davvero urlando. Attorno a noi emergono teste assonnate dai sacchi a pelo e da sotto le coperte stese a terra.
Eh, ti ha detto calm down, penso io. Mica è un insulto.
“You tell me calm down?” urla di nuovo, completamente incendiato, il tizio. Così forte da riuscire a svegliare il padre di famiglia arabo steso vicino a noi, che dorme ininterrottamente, russando, da più di dieci ore.
“Calm down? Calm down nu grandissimo cazzo!” sbraita il tizio alla fine. Poi si allontana, lasciando senza parole  il ragazzo ingellato.

Il padre di famiglia arabo guarda in direzione del tizio strofinandosi gli occhi, poi verso di me.
Cazzo” dice passandosi una mano sulla patta. “Italiano“, e indica il tizio ubriaco che se ne sta andando.
Poi si batte tre volte, lentamente, l’indice sulla tempia.
Provo a sorridere e annuisco. Mi sistemo di nuovo sul materassino, tirandomi la coperta fin sopra gli occhi.

 

 

piccioni-filaLa sfiducia di una nazione nei confronti della tecnologia si misura in stazione.
Questa mattina, in Centrale a Milano, ci saranno state una settantina di persone in fila agli sportelli dei biglietti (ho avuto tutto il tempo di contare, in attesa del mio regionale. La povertà della fascia giovanile under 30 di una nazione si misura anche da quanto tempo sei disposto a perdere nell’attesa del treno più economico pur di risparmiare qualche euro, ma questo – mi accorgo – è tutto un altro discorso).

Settanta persona in fila agli sportelli, dicevo. E, qualche passo più in là, le macchinette del biglietto veloce praticamente vuote. Mi sono diretto lì, a fare il mio biglietto. Non ci ho impiegato più di cinque minuti e allora, per un po’, sono tornato a guardare la lunga fila di persone in attesa.
Si muovevano a rilento. Molti sbuffavano. Altri controllavano l’orologio così spesso da sembrare vittime di un tic. Qualcuno si lamentava al cellulare – rigorosamente a voce troppo alta – di quanto tempo stesse perdendo per fare il biglietto.

Mentre li guardavo, ho pensato che io, in più di tre anni di utilizzo regolare di Trenitaglia, avrò fatto il biglietto allo sportello non più di una decina di volte. L’unico motivo a spingermi a farlo è che le dannate macchinette del biglietto veloce hanno la cattiva abitudine di darti il resto in monete da 50 e 5 centesimi. Quantità spropositate e immotivate di monete da 50 e 5 centesimi, considerato il fatto che esistono monete da 1 e 2 euro, e addirittura banconote da 5 euro.

Mi rendo conto di non aver mai cercato il contatto umano con il personale di Trenitaglia (forse più il contatto fisico, dato che una volta un bigliettaio se ne è uscito dal suo sportello con l’intenzione di menarmi, dopo che avevo protestato con un paio di pugni sul vetro divisorio. Ma anche questo è un altro discorso).
Non cerco il contatto umano, dicevo, di sicuro non con il personale di Trenitaglia. E’ per questo – mi chiedo – che sono naturalmente portato ad approcciarmi con gioia a quanto è tecnologico?
Credo anche di averla sognata, una notte, una specie di stazione futuristica in cui non esistevano bigliettai in carne e ossa. Niente risposte sgarbate, niente ricerche affannose davanti ai monitor dei pc, nessun Non so cosa sia la Cartaviaggio, nessuna fila provocata da tecniche di digitazione degne di un bradipo: solo una lunga fila di efficienti macchinette cagabiglietti. Nel mio sogno, credo, queste incredibili macchinette erano in grado di darti anche il resto in maniera sensata: due monete da 20 centesimi e una da 5, tanto per dire, non nove dannatissimi ramini (cosa credono, a Trenitaglia, che il tintinnare delle monete in stile slot-machine illuda qualcuno d’aver speso poco? O di aver vinto qualcosa, magari?).

Sono rimasto a guardare la lunga fila ancora per un po’. Dovevo avere quel tipico sguardo che riservo di solito a quelli che al cinema comprano il biglietto per il cinepanettone dell’anno.
Ho pensato ad un po’ di cose, per un attimo anche ad un concetto che nella mia testa ho provvisoriamente chiamato darwinismo sociale.
E ho pensato che anche la sfiducia nell’umanità, certi lunedì mattina, si misura in stazione.

freudMando il mio curriculum in giro.
Ogni tanto qualcuno mi risponde. Ieri, per esempio.

Gentile Dottor Maestrello – mi scrivono più o meno – al momento attuale la situazione di mercato è piuttosto depressa e tale da consentirci solo di raccogliere i curricula di potenziali collaboratori esterni. E’ quello che facciamo anche nel Suo caso, se Lei ci autorizza.

Beh, rispondo io, ovvio che vi autorizzo.

La nuova mail arriva questa mattina: Gentile Dottor Maestrello – mi scrivono più o meno – La inseriremmo senz’altro nel nostro database.

Proprio così: la inseriremmo, non la inseriremo.
Qualcosa in più di un semplice lapsus freudiano, io credo.

figure25Ho una nonna quasi novantenne con una vita sociale ancora piuttosto intensa e un padre che lavora nei campi.
Le due cose, in alcuni periodi dell’anno – questo, per esempio – si intrecciano in maniera indissolubile, coinvolgendomi in prima persona.
Nello specifico, io divento una sorta di braccio operativo della nonna, con il compito di distribuire ad amici, amiche e conoscenti cassette di mele e di frutta debitamente preparate secondo  le preferenze di ognuno: nel corso degli anni mia nonna ha infatti  memorizzato informazioni e gusti del suo cerchio di conoscenze, così che le cassette che escono dalle sue mani sono in qualche modo personalizzate per dimensioni, quantità e varietà di frutta.

Certe volte mi ritrovo a caricare la macchina anche con quattro o cinque cassette destinate ad altrettante persone. Oggi, invece, ne avevo solo una. Per la signora L..
La signora L. mi conosce da quando sono bambino. E’ una di quelle simpatiche vecchiette che hanno proprio l’aspetto della nonna: di quelle sempre sorridenti, che non perdono un secondo per riempirti di complimenti e che prima di salutarti hanno la tendenza a riempirti le tasche dei jeans con quantità assurde di caramelle.
Comunque, scendo dalla macchina, recupero la cassetta e suono a casa della signora L..
“Massimiliano! Cara!” dice lei uscendo dalla porta. Dice proprio così: cara. Lo sento bene.
Però mi ha chiamato per nome. Magari è l’abitudine, penso: ha due figlie, e le visite a sorpresa – gradite – le associa alle figure femminili. Un piccolo errore, penso.
Mi apre il cancelletto, entro.
“Mamma mia che bella cassetta di mele!” dice contenta la signora L., venendomi incontro.
“Gliela porto in casa?” le chiedo io, indicando con un cenno del mento la cassa che tengo tra le mani.
“Grazie!”. La signora L. mi fa strada all’interno dell’appartamento. “Mettila lì, per favore”.
Poggio la cassetta. “Qui va bene?”.
“Lì va benissimo. Brava“.
Oh, lo sento di nuovo: questa volta ha detto brava.
Un semplice errore, penso di nuovo. Un altro semplice errore. Però dai, non è più giovanissima, magari si confonde, mi dico. E poi ha due figlie: figurati se non è abituata a parlare soprattutto con loro.
La signora L., intanto, sta tornando carica di caramelle.
“No, no grazie”, provo a fermarla io, ma non c’è niente da fare. Non posso rifiutare. Mi riempio le tasche dei jeans.
La saluto e faccio per andarmene.
“Grazie tante Massimiliano”, mi saluta la signora L., “stammi bene cara“.
Cazzo, penso.
Salgo in macchina. La saluto con la mano.
“Ciao Massimiliano, ciao bella” dice la signora L..
E vabbè, lo ammetto: alla quarta volta non sono riuscito a trovare nessuna scusa. E ci sono rimasto un po’ di merda.

200px-Gaius_Cornelius_TacitusSono seduto al Caffè Nazionale, in Via Po.
La scritta arancione dell’insegna si illumina ad intermittenza sopra la mia testa. Nel tavolino accanto al mio c’è un tizio che sta leggendo gli Annali di Tacito.
Qualche minuto fa ha smesso di chiacchierare  di autori latini con una tizia che, una volta in piedi, prima di andarsene, ha rivelato un fisico niente male. Gambe lunghe e tette strizzate dentro una maglietta attillata. La faccia, però, lasciava davvero a desiderare.
Bag on your head / Beautiful inside, ho canticchiato quasi senza accorgermene.
Comunque, questo non c’entra praticamente nulla – le gambe lunghe e le tette strizzate, intendo: aver fischiettatto gli Hardcore Superstar, invece, un senso ce l’ha eccome -: quello che importa è che c’è questo tizio, nel tavolino vicino al mio, concentrato nella lettura degli Annali di Tacito. Tiene il libro alto di fronte agli occhi, quasi volesse mettere in evidenza la copertina dove campeggia il profilo dell’autore.

Il cameriere – un ragazzo con una barba caprina che gli scende dal mento e le basette folte – mi si avvicina. Ordino il succo all’arancia. Il cameriere annota l’ordine sul suo blocchetto, poi si sposta a togliere bicchieri e portacenere da un paio di altri tavolini. Mentre lo fa, getta lo sguardo sul tizio e sulla copertina del suo libro.
Il tizio alza gli occhi dalla pagina e lo saluta con un cenno della testa. Quel genere di saluto che si fa con le persone che si conoscono di vista, come un cameriere e un cliente abituale.

“E’ un porno?” chiede il cameriere indicando il libro, un sorriso che gli attraversa la faccia. “Gli Anali. Stai leggendo gli Anali di Tacito”.
Oh, ha fatto la battuta, penso io.
Il tizio ride, giusto un attimo.
Io sono seduto esattamente a metà tra il cameriere e il tizio, e questo è uno di quei momenti in cui, se avessi un bicchiere di fronte, lo prenderei e berrei. Per non dover far finta di ridere, intendo. Per evitare di venire coinvolto in qualche modo.
“Gli Annali” dice il tizio, calcando sulle enne, “per adesso mi accontento degli Annali“.
“Tacito è l’autore?” chiede il cameriere.
“Tacito, esatto”.
“Gli Annali di Tacito” ripete il cameriere, come se dovesse incamerare con difficoltà l’informazione in qualche porzione di memoria.
“Sono cronache scritte di anno in anno” spiega il tizio.
“Ah. Per quello si chiamano Annali“.
“Esatto”.
“E’ uno storico?”.
“Più o meno”.

Il ragazzo torna all’interno del bar a posare il vassoio su cui ha caricato i calici vuoti e i posacenere.
Poi torna fuori con il mio succo all’arancia. Posa sul tavolo il bicchiere e lo scontrino, ma tiene lo sguardo rivolto verso il tipo, che nel frattempo si è rimesso a leggere.
Gli si avvicina sistemando la tovaglia che copre un tavolino.
“Sai una cosa” dice ad alta voce, “se dovessi scegliere di nuovo farei il classico. Si studiano al classico gli Annali di Tacito, giusto?”.
“Credo di sì”, dice il tizio, posando il libro sul tavolo.
“Vabbè, ormai sono qua” allarga le braccia il cameriere. “Tanto se uno vuole una cultura se la fa lo stesso anche se fa il cameriere, giusto?”.
“Credo di sì”.
“Li trovo in libreria, gli Annali di Tacito?”.
“Certo che li trovi”.
“Mi sa che me li compro, allora. Così, anche se sono un cameriere, una cultura me la faccio”.
Poi si volta verso di me: “Ah, se vuole all’interno c’è l’aperitivo a buffet”, mi dice.
Scrollo la testa: “Magari più tardi”, rispondo. “Aspetto una persona. Però magari più tardi entriamo”.

citazioni-onestaDopotutto, mi accorgo di essere una persona fondamentalmente onesta.

E ultimamente, sempre più spesso, un po’ me ne dispiaccio.

                                  mirò                                                                                                     Primo.
Ieri ho dato un’occhiata al forum di una rivista per scrittori esordienti. In una discussione una tizia chiedeva qualcosa del tipo: “Non ho mai scritto un racconto in vita mia, ma ora vorrei farlo. Cosa mi consigliate di fare?”.
La prima risposta – firmata da un certo IlDottore – diceva più o meno: “Esci di casa, entra in una libreria e comprati Stabat Mater di Tiziano Scarpa. Ha vinto il premio Strega quest’anno. Leggilo, e capirai che chiunque può scrivere e pubblicare”.
Stavo per rispondere, poi ho continuato a leggere le risposte al quesito della tizia.
La seconda risposta, più o meno, diceva: “Non ho letto il libro di Scarpa, però IlDottore ha ragione, si trova di quella roba in libreria!”.
Stavo per rispondere, poi ho continuato a leggere le risposte al quesito della tizia.
La terza risposta, più o meno, diceva: “Anch’io non ho letto il libro di Scarpa, ma concordo con IlDottore. Ho letto dei libri che avrei potuto scrivere anch’io, e sono stati firmati da autori famosissimi. I premi letterari sono tutti pilotati, ricordatelo!”.
Ho continuato a leggere.
La quarta risposta diceva, pressapoco: “Un vero scrittore scrive per sè stesso. Il mio consiglio è che tu scriva cose che ti emozionino, senza pensare che qualcuno ti possa criticare!”.
Vabbè, ho pensato, vaffanculo. E ho lasciato il forum.
Non ho risposto niente, alla fine. Perchè sono troppo buono.
E’ un mio difetto, lo so.

Secondo.
Poi mi è venuta in mente una cosa. Alle superiori siamo andati in gita con la scuola ad una mostra di Mirò. E c’era questo mio compagno di classe che guardava i quadri con una smorfia di disprezzo dipinta sul volto.
“Sono tutti scarabocchi!” diceva. “Son capace di farli anch’io”.
Per tutta la durata della visita, di fronte ad ogni singolo quadro, questo mio compagno ha continuato a ripetere: “Sono tutti scarabocchi! Son capace di farli anch’io”.
L’ha ripetuto anche qualche giorno più tardi, dopo che la professoressa di educazione artistica ci aveva chiesto un parere sulla mostra. “A me son sembrati tutti scarabocchi, prof”, ha detto questo mio compagno, “per me, se mi ci metto, son capace di farli anch’io”.

Terzo.
Poi mi è venuto in mente il periodo di stage che ho fatto nella redazione di una rivista letteraria.
Mi sono ricordato del ragazzo che voleva dare in visione due sue poesie, ma era preoccupato che qualcuno gliele potesse copiare o rubare. Ci aveva chiesto delle garanzie. Non ne avevamo, di garanzie – avevamo provato a convincerlo che rubare una poesia era piuttosto difficile, e poi che voleva dire rubare o copiare una poesia? E chi l’avrebbe fatto? E da un esordiente, poi?
Non l’avevamo convinto. Il ragazzo aveva  deciso di pagare una cifra assurda per registrare i suoi due componimenti alla SIAE. Poi era tornato in redazione – finalmente sicuro – a consegnarci le sue liriche. Così brutte che non erano state scelte per la pubblicazione.
E mi sono ricordato della poetessa che ci ha mandato un suo libro – stampato in proprio – perchè ne facessimo la recensione. Cento pagine di poesie in rima baciata. Una iniziava così:

Vive l’amore
dentro il mio cuore,
batte nel petto
mentre ti aspetto.

E poi ho pensato questo: che secondo me, la poetessa delle poesie in rima baciata e il ragazzo che deposita le poesie alla SIAE, sono di quelli che leggono Stabat Mater e poi dicono: Capace anch’io, di scriverlo. Oppure non lo leggono nemmeno, e pensano comunque di essere in grado di scrivere di meglio. Magari lo dicono anche, nascosti dietro un nickname in un forum. Si sentono geni incompresi. E, con lo spleen dell’artista incompreso che gli pesa addosso, escono di casa. Decidono di andare in un museo, magari, chè son pur sempre degli intellettuali, dopotutto. E dentro il museo, ad un certo punto, si trovano di fronte ad un quadro di Mirò.

Io cammino di lato alla pista ciclabile.
Dietro dibimbo_bici me sento una voce di donna, dice: “Mauro, resta sulla pista ciclabile!”.
Un secondo dopo, sulla sinistra, un bimbo minuscolo su una bici minuscola mi sorpassa. Mauro, evidentemente.
“Mauro, resta sulla pista ciclabile!” ripete la donna.
Il piccolo Mauro fila come una scheggia. Fa su e giù dal marciapiede, dalla pista ciclabile alla strada, di continuo, zigzagando senza sosta.

Un attimo dopo mi sorpassa anche la madre. E’ giovane, bionda, e spinge sui pedali per star dietro al figlio.
Mauro!”, lo chiama di nuovo.

Poco più avanti le corsie si restringono. E’ una parte di strada sormontata da un cavalcavia. C’è un attraversamento pedonale, anche, ma la madre deve trovarlo un punto troppo pericoloso, infatti dice al figlio: “Mauro, vai avanti! Stai sulla pista ciclabile! Attraversiamo più in là! Stai sotto il ponte!”.

(Dice il ponte, anche se è un cavalcavia).

La madre dice: “Mauro, vai avanti! Stai sulla pista ciclabile! Attraversiamo più in là! Stai sotto il ponte!”.
Mauro la smette di zigzagare. Inchioda e aspetta che la madre lo raggiunga.
“Fai il bravo, stammi ad ascoltare. So che se lo vuoi sai fare il bravo”, gli dice la madre con tono paziente.
Allora Mauro la guarda  e urla: “Sotto el ponte de Verona ghè ‘na vecia scoresona, che la vende merda secca, cento lire a la cassetta!”.
Poi riparte, continuando a fare su e giù dal marciapiede, dalla pista ciclabile alla strada, zigzagando senza sosta. E canta. Canta di continuo: “Sottoelpontedeveronaghènaveciascoresonachelavendemerdaseccacentolirealacassetta!sottoelpontedeveronaghènaveciascoresonachelavendemerdaseccacentolirealacassetta! sottoelpontedeveronaghènaveciascoresonachelavendemerdaseccacentolirealacassettaaaa!”.

essi vivonoOmaggio a B.E.E.

Il locale deve essere stato rinnovato negli ultimi mesi.
Il bancone di vetro – illuminato dalle luci dei faretti che pendono dal soffitto – fa risaltare ancora di più le linee squadrate degli sgabelli in pelle bianca e nera sistemati in gruppi di quattro attorno ai tavolini rotondi. C’è un grande specchio triangolare su una parete, e l’insieme – credi – dovrebbe dare l’idea di qualcosa definibile come minimal chic.
O, perlomeno, quello che in un piccolo paese di provincia è l’idea del minimal chic.
E’ strano, perché sei sicuro di essere passato di qui non più di tre o quattro mesi fa, e il locale era una sorta di birreria tirolese, con tanto di panche, tavoli in legno e boccali da litro sistemati sulle mensole.
Sei sicuro che anche le due cameriere che si danno da fare dietro il bancone siano le stesse. Solo che qualche mese fa avevano addosso un completo da Oktoberfest, mentre ora sono entrambe in canottiera nera, minigonna di jeans e stivali.

“Beviamo qualcosa?” chiede S., e vi avvicinate tutti e quattro alla cassa.
C’è un dj in un angolo del locale. Davanti a lui, gruppi di ragazze e ragazzi si strusciano mentre ballano.
Il dj mette un disco sul piatto, urla: “Questa è per voi!”.
Parte la base bombata di bassi. La canzone dice: Love. Sex. American Express. Love. Sex. American Express.
Un tizio in camicia nera e pantaloni bianchi con le sopracciglia rifatte butta in aria le mani e grida: “Mykoooonos!”.
Alla cassa, intanto, le ragazze che avete di fronte ordinano un gin lemon e un mojito.
Poi tocca a voi. S. ordina un gin lemon. P. ordina un gin lemon. R. ordina un mojito.
“Una birra”, dici tu, quando è il tuo turno.
La cameriera in canottiera nera, mini di jeans e stivali aggrotta la fronte, ti fissa come se non avesse capito.
“Una birra”, ripeti. La guardi abbassarsi a controllare dentro il frigo sistemato sotto il bancone.
Ne ha solo in bottiglia, dice. Una sola marca. Corona, va bene?
La  Corona non ti piace.  “Va bene”, dici. “Vada per la Corona”.
La cameriera deve controllare il prezzo sul listino. “Quattro euro”, ti dice poi.
Paghi e ti togli dalla cassa. Dietro di te un tizio ordina un gin lemon e un mojito.
R. guarda la tua bottiglia, ti chiede quasi stupito: “Ma che cazzo fai? Bevi una birra?”.

Stai per rispondere, ma il dj nell’angolo urla: “Su le mani!” e tu ti incanti a guardare i ragazzi in pista che per un attimo smettono di strusciarsi l’uno con l’altra e allungano le braccia sopra la testa.
La musica rallenta per un attimo – in tempo perché tu distingua la voce di una ragazza che urla “Mykoooonos!” – poi ripartono i bassi e il dj lascia scivolare di nuovo il disco sul piatto.
La canzone dice: Po po po po po po po po poker face. Po po po po po po po po poker face.

I ragazzi esultano alzando i bicchieri di gin lemon e mojito e tu ti accorgi di aver finito la tua bottiglia di birra in pochi sorsi. Cos’è, pensi, la quinta della serata?
Ti avvicini di nuovo al banco. La cameriera in canottiera nera, mini di jeans e stivali è la stessa di prima. Poggi la bottiglia vuota sul banco e batti un paio di volte l’indice sul collo di vetro.
“Un’altra” le dici.
La cameriera aggrotta la fronte, ti fissa come se non avesse capito.
“Una birra”, dici allora. Lei si abbassa a controllare dentro il frigo sistemato sotto il bancone.
Ne ha solo in bottiglia, dice. Una sola marca.
“Corona, scommetto”, le dici. “Va bene”.
Metti cinque euro sul banco mentre la cameriera controlla il prezzo sul listino. Dietro di te, intanto, due ragazze chiedono all’altra cameriera un gin lemon e un mojito.

Torni da S., P. e R.. Stanno parlando di una ragazza che balla insieme ad un truzzo in mezzo alla pista. E’ una mora, abbronzata e minuta. Avrà al massimo vent’anni. La guardate muovere il culo fasciato nella mini di jeans e tirare fuori la lingua quando il tamarro, da dietro,  le mette una mano sulle tette.
“C’è un gruppo su Facebook dedicato a lei” dice S.. “In bacheca c’è scritto che fa dei gran pompini”.
“Domani mi iscrivo”, ride P.
“Chi è il cinghiale che balla con lei?” chiedi, puntando la bottiglia in direzione del tamarro. Noti solo adesso che ha le sopracciglia rifatte, nascoste appena dai Rayban a specchio che gli coprono gli occhi.
“Un cinghiale che ha una Z3 parcheggiata qua fuori” ti dice S..
“Avrà vent’anni se va bene”.
“Avrà vent’anni e un papà con un pacco di soldi, probabilmente. E si scopa quel gran pezzo di figa”.
Qualcuno, dalla pista, urla: “Mykonoooos!”.
Il dj prende il microfono per dire “Chi non alza le mani non tromba domani!”.
Mani che si alzano con un urlo. Noti che il tamarro ha le ascelle pezzate.
“Il cinghiale però ha le ascelle pezzate”, dici.
“Ha le ascelle pezzate e una Z3 parcheggiata qua fuori” ti risponde P..
“Beviamo qualcosa?”, chiede R. a S. e P..
“Beviamo qualcosa” dice R.. P. annuisce.
Li guardi avvicinarsi al banco. S. ordina un gin lemon. P. ordina un gin lemon. R. ordina un mojito.

                                                                                                                    *

“Adesso usciamo e ci fumiamo un razzo, d’accordo?” dice S.. “Un bel razzo, di quelli che ti riappacificano con il mondo, d’accordo?”.

 

*

 Quando rientrate non senti più le gambe e la vista ti si è appannata. Quant’era che non fumavi? Un anno? Due? Forse di più. 
E che cazzo vi ha fatto fumare S.? Hai la gola in fiamme.
Hai la gola in fiamme, la vista ti si è appannata e non senti più le gambe. E hai sete.
Adesso ordino un’altra Corona del cazzo, pensi.
Mentre siete ancora sulla porta ti passa di fianco una bionda. Ha una minigonna di jeans e un bel culo.
“Hei, ci sei su Facebook?” le chiede S. mettendosi di fronte all’entrata.
La tipa ride, ma non risponde. Ha una sigaretta tra indice e medio e gli fa segno che deve uscire.
“Eddài, dimmelo! Ci sei su Facebook?” dice S..
“Ci vediamo dopo” dice lei. Gli sventola la sigaretta davanti alla faccia e ride.
S. si sposta e fa una specie di inchino. “A dopo” dice.
Mentre esce le guardiamo il culo.
“Troia” dice S..
“Beviamo qualcosa?” ci chiede P..

Alla cassa le ragazze che avete di fronte ordinano un gin lemon e un mojito.

Poi tocca a voi. S. ordina un gin lemon. P. ordina un gin lemon. R. ordina un mojito.

“Una birra”, dici tu, quando è il tuo turno.
La cameriera in canottiera nera, mini di jeans e stivali – sempre la stessa  -aggrotta la fronte, ti fissa come se non avesse capito.
“Una Corona”, dici. “Hai solo quella, brutta stordita”.
La guardi abbassarsi a controllare dentro il frigo sistemato sotto il bancone.
Ne ha solo in bottiglia, dice. Una sola marca. Corona, va bene?
“Cristo, sì. Dammi ‘sta Corona. Ho la gola in fiamme e non mi sento più le gambe”.
La cameriera controlla il prezzo sul listino.
“Quattro euro, scommetti?”.
“Quattro euro” dice lei, ridendo. “Hai ragione”.

Poi ti dice ancora qualcosa. Ma non senti la sua voce, la vedi solo muovere le labbra al di là del bancone, mentre il dj urla “Questa è per voi!” e alza ancora di più il volume lasciando partire la canzone che dice: Maracaibo, mare a forza nove. Fuggire sì ma dove?
Zazzà!, urla in sincrono tutto il locale. Anche la cameriera, mentre appoggia il tuo resto sul bancone.
“Hai mai visto Essi vivono?” le chiedi. “E’ un horror. Di Carpenter”.
Questa volta è lei a non sentire. Sta guardando il tizio di fianco a te, un tipo con i pantaloni bianchi e un tatuaggio che recita DVX MEA LVX sul bicipite.
“Un gin lemon e un mojito”, dice il tizio di fianco a te.
“Hei, cazzo” dici ancora alla cameriera “ti ho chiesto se hai mai visto Essi vivono! Un horror. Di Carpenter. Dell’ottantotto”.
La cameriera non risponde, impegnata com’è con i bicchieri dei cocktails.
“Troia del cazzo!” urli allora, “ti ho chiesto se hai mai visto Essi vivono di Carpenter!”
Il tizio di fianco a te, il tipo con i pantaloni bianchi e il tatuaggio che recita DVX MEA LVX sul bicipite, ti guarda e scoppia a ridere. Ti batte una mano sulla spalla e dice: “Te sì troppo brusà, vecio! Bevito un ginlemon con mi?”.
Accetti solo perché ti senti la gola in fiamme e le gambe che cedono.
Un secondo dopo tutto il locale urla: Rum e cocaina! Zazzà!

 “Hai mai visto Essi vivono di Carpenter?” chiedi a S., bevendo un gin lemon. “E’ un horror. Di Carpenter. Dell’ottantotto. Spero che tu non sia uno di quelli che pensa che guardare gli horror sia roba da sfigati. Io li ho sempre guardati, gli horror, in ogni caso. E c’è questo film, dicevo – Essi vivono, di Carpenter, dell’ottantotto –, la storia di un tipo che ad un certo punto trova degli occhiali speciali. Se li mette e si rende conto che attraverso quelle lenti le cose gli appaiono come sono veramente. Vede che i cartelloni pubblicitari sono in realtà solo messaggi subliminali e che la città è piena di zombi. E gli zombi sono i ricchi, i lampadati, i fighetti, i politici. La bella gente, capisci? Ed è un horror, cazzo. Dell’ottantotto”.
S. non ti risponde. Ti indica una ragazza nel centro della pista. Ha i capelli corti e una gonna di jeans.
“La vedi quella?” ti chiede. “C’è un gruppo su di lei, su Facebook. In bacheca qualcuno ha scritto che se lo fa mettere nel culo”.

 “Mykonoooos!” urla qualcuno.

 “Beviamo qualcosa?” vi chiede S.

 Il tipo con i pantaloni bianchi e il tatuaggio che recita DVX MEA LVX sul bicipite ti raggiunge.
“Bevito un altro ginlemon con mi?”, ti chiede.
Accetti solo perché ti senti la gola in fiamme e le gambe che cedono.

 Al cesso, su una parete, c’è un quadro con delle foto. In una ci sono le cameriere – le stesse che ci sono al banco – vestite con un completo da Oktoberfest.

“Questa è per voi!” urla il dj e fa partire la canzone.
La canzone dice: Com’è bello far l’amore da Trieste in giù.

 “El problema iè i negri, ‘scoltame mi” ti dice il tipo con i pantaloni bianchi e il tatuaggio che recita DVX MEA LVX  sul bicipite. Poi ordina altri due gin lemon.

 “Beviamo qualcosa?” vi chiede S.

 “Mykonoooos!” si sente urlare.

 “Vado a prendere una boccata d’aria” dici a S. P. e R..

 Esci.

 Nel parcheggio due ragazzi stanno fotografando una ragazzina con una minigonna di jeans che sbocca.
“Domani le mettiamo su Facebook”, ridono.

 La canzone dice: Ma la notte la festa è finita.
Il locale si trasforma in un organismo fatto di una sola voce che risponde: Evviva la figa.

Rientri. Non c’è nessun cartello sopra la porta di ingresso. Ma se ci fosse, sei quasi sicuro che ci sarebbe scritto: Questa non è un’uscita.

 essi-vivono

donneuomini“E’ che voi maschi pensate sempre che sia colpa delle donne, la fine di un rapporto”.

“Ed è così, infatti”.

“Sai anche tu che non è vero”.

“Invece ne sono convinto. E’ sempre la donna che decide, tanto l’inizio quanto la fine di un rapporto”.

“Siete sempre pronti ad addossare la colpa a qualcun altro, voi maschi. Da bravi irresponsabili. Ecco cosa siete diventati: una massa di adulti insicuri, che si comportano ancora come dei ragazzini”.

“Può essere. Ma ci sono un sacco di problemi ad essere un maschietto, nel 2009”.

“Davvero? Ce ne sono anche ad essere donna, fidati”.

“Sì, lo so. Non c’è bisogno che me ne parli: la mancanza di una figura autorevole, i padri che non fanno più i padri, madri ossessive, la paura dell’abbandono. La ricerca di un uomo che sia bello ma non stupido e che  possibilmente non abbia più vasetti di creme di te sulla mensola del bagno. L’eterna lotta tra la carriera e il ruolo di madre. E poi, soldi o famiglia? E due cuori e una capanna, è un concetto ancora valido? Lo so, santo cielo, non c’è bisogno che me ne parli. Abito in una casa con tre donne, passo un sacco di tempo a leggere riviste femminili seduto sulla tazza del cesso. Mi sembra di conoscervi meglio di quanto non vi conosciate voi, qualche volta. Coraggio, parlamene. Dimmi che vuoi dei figli, ma che non sei disposta a rinunciare ad un’eventuale carriera. E un uomo che ti conceda i tuoi spazi, chè non vuoi fare la vita da schiava che ha fatto tua madre. Raccontami dei drammi interiori che ti prendono quando pensi che tua mamma alla tua età aveva già te e tu, ora, nemmeno un lavoro fisso”.

“Sinceramente la prima cosa a cui ho pensato io è stata la cellulite”.