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Ieri, mentre ero in macchina con Eli, ad un semaforo ci ha affiancato un tamarro.
Finestrino abbassato, braccio sinistro abbandonato lungo la portiera tirata a lucido, ascoltava un brano rap ad altissimo volume. Non appena si è accorto del minimo interesse – be’, interesse non è la parola esatta – che la sua figura suscitava su di noi, ha armeggiato con l’autoradio e ha cambiato brano.
Un secondo più tardi, dai finestrini aperti, ad un volume se possibile ancora maggiore, è uscita una canzone truzza da discoteca così satura di bassi da far sobbalzare la macchina e così oscena da far sobbalzare il mio sensibile animo da rocker.
“Bene così” ho detto.
Eli ha riso.
Poi è scattato il verde. Il tamarro è sgommato via, lasciandosi dietro una scia che sapeva di pneumatico bruciato e – grazie a Dio – anche quella terribile canzone.
“Spiegami in che senso il connubio uomo-macchina attrae le donne” ho chiesto allora ad Eli. “O, almeno, in che modo dovrebbe farlo”.
“Secondo me non funziona”, ha detto Eli. “Di sicuro non nel caso del tamarro e della sua auto”.
Intanto, mi è venuto in mente il dottor T..

Quando lavoravo per il dottor T., con il dottor T. non parlavo praticamente mai.
O meglio, non parlavo di niente che non riguardasse il lavoro.
Quando non era preso dall’ansia di scadenze e consegne che lo rendevano agitato in maniera innaturale, allora il dottor T. poteva anche concedersi qualche parola su argomenti non lavorativi. Se succedeva, si finiva sempre per parlare di automobili e – in particolare – della sua automobile: un’Alfa, rossa fiammante, che aveva trovato usata. “Un affare”, mi aveva detto.

Ogni tanto, per lavoro, eravamo costretti a brevi trasferte. Ci muovevamo quasi sempre con la sua macchina, anche se avremmo potuto prendere un treno. “Ma così rientriamo prima in ufficio”, mi aveva spiegato il dottor T..
La prima volta che ero salito sulla sua auto – sedili in pelle, cruscotto lindo, un sottile profumo di Abre Magique che si spandeva nell’abitacolo, anche se l’Abre Magique, in realtà, non c’era – il dottor T. si era messo a spiegarmi tutte le caratteristiche della sua macchina, con certi virtuosismi da Quattroruote che mi mettevano a disagio e che non sapevo come commentare.
Poi, passate in rassegna le peculiarità del motore, si era dedicato all’illustrazione degli optional. Tra questi, uno in particolare lo rendeva oltremodo orgoglioso: in poche parole, entrato in macchina e inserito un codice sul display dell’autoradio, il suo cellulare veniva preso in gestione dall’auto (immagino che possa esistere un termine tecnico per questo processo, ma ovviamente non lo conoscco, e non mi pare il caso di perdere tempo per fare ricerche). In caso di chiamata il volume dell’autoradio si abbassava, gli squilli passavano attraverso le casse e, premendo un tasto sul volante, poteva parlare direttamente in vivavoce, anche se il telefono era in tasca o infilato nella valigetta.
“Fantastico” avevo commentato io. Anche perchè mi rendevo conto che era l’unico argomento che mi permettesse di partecipare in qualche modo alla conversazione. Non sono mai stato un esperto di motori – proprio per niente – e quel dettaglio mi sembrava alla mia portata.
“Fantastico” avevo ripetuto di nuovo.
“Fantastico. E utilissimo” aveva aggiunto il dottor T..
C’erano altre cose che doveva farmi vedere. Il mio entusiasmo – evidentemente ben simulato – doveva averlo contagiato. Poi eravamo arrivati a destinazione.

Qualche mese più tardi. La trasferta era dovuta ad un corso di aggiornamento.
In macchina, oltre a me e al dottor T., c’era anche L., una quarantenne di bell’aspetto che ricordava in qualche modo Meg Ryan prima che si rovinasse a colpi di interventi chirurgici.
Il dottor T. le aveva aperto la portiera e l’aveva fatta accomodare sul sedile anteriore. Io ero stato confinato sul retro, insieme ai documenti di lavoro.
Procedevamo – rispettando rigorosamente i limiti di velocità – in una mattinata di nebbia.
“Hai caldo? Freddo? Se vuoi posso regolare da qui la temperatura interna” aveva detto il dottor T. a L., premendo un bottone sul cruscotto e mostrandole come bastasse un semplice tocco di dita per alzare o abbassare la temperatura.
“Non c’è bisogno, grazie. Va bene così”, aveva risposto lei.
La radio era sintonizzata su una di quelle stazioni che mandano a rotazione solo grandi successi italiani del passato. Su quella decisione, il dottor T. non aveva chiesto il parere a nessuno.
Massimo Ranieri, Dino, e la mattinata nebbiosa stavano dando i loro effetti: gli occhi mi si chiudevano senza che potessi farci nulla.
“Se vuoi posso metterti il riscaldamento direttamente sul tuo sedile. Sedile riscaldato. Posso fare anche quello, da qui” aveva detto il dottor T. a L..
L. aveva scrollato la testa. “Non c’è bisogno, grazie”.
Il dottor T. aveva stretto la mascella e mi aveva guardato per un attimo dallo specchietto retrovisore. Santo cielo, come mai questa donna non sembra colpita da questa macchina?, sembrava chiedermi la sua espressione stupita.
Avevo guardato fuori dal finestrino, gli occhi a mezz’asta. La nebbia si mangiava i campi che costeggiavano la strada.
“Massimo!” mi aveva risvegliato dopo qualche minuto il dottor T.. Quando era in agitazione ogni tanto sbagliava pure il mio nome. Non lo correggevo nemmeno più. “Massimo” mi aveva chiesto, “è lì dietro il mio cellulare?”.
Si era messo a tastarsi le tasche della giacca e dei pantaloni in maniera melodrammatica, enfatizzando i movimenti.
“Qui dietro non c’è” avevo detto spostando un paio di cartelline piene di documenti. Il dottor T. era un tipo metodico e mi sembrava strano che il cellulare non fosse nella tasca interna della giacca, dove lo metteva sempre.
Il dottor T. si era palpato ancora per un po’.
“Chiamami”, mi aveva detto poi.
L’avevo chiamato con il mio cellulare. La voce di Al Bano era sfumata e uno squillo amplificato si era sparso per l’abitacolo. Il mio nome – corretto, questa volta – era apparso sul display dell’autoradio.
“Ah! Ma allora c’è da qualche parte questo benedetto cellulare!” aveva esclamato sollevato il dottor T.. “Grazie, Massimo, poi lo cerchiamo”.
Si era voltato in direzione di L.. Immagino s’aspettase di trovarla stupita di quel prodigio, ansiosa di chiedere spiegazioni: ma come, il suo cellulare direttamente collegato con l’autoradio?
L. era rimasta perfettamente indifferente.
“Quando entro in macchina”  le aveva spiegato dopo qualche secondo di silenzio il dottor T., “mi basta inserire un codice e il telefono mi passa direttamente in vivavoce, attraverso l’autoradio”. E poi: “Guarda. Massimo, prova a richiamarmi”.
Diosanto, avevo pensato. L’avevo richiamato. Ancora una volta gli squilli – fastidiosi e fuori posto – avevano rotto il silenzio dell’abitacolo.
“Hai sentito?” aveva chiesto il dottor T. a L., indicandole con l’indice prima l’aria circostante e poi il mio nome che scorreva sul display.
“Ah”, aveva risposto L.. Nient’altro.
Il dottor T. non aveva più detto nulla.
Al Bano, intanto, aveva ripreso a cantare: diceva che la felicità è la pioggia che scende dietro le tende, la felicità.

Poi mi addormento. Faccio uno di quei sogni brevissimi in cui entrano parole e rumori e suoni del mondo reale.
Nel sogno, ci sono io che faccio uno squillo nella macchina del dottor T.. L., sul sedile davanti, come di fronte ad una specie di comando, si sfila jeans e mutandine e poggia il suo bel culo sul sedile in pelle. Riscaldato. Il dottor T. sorride soddisfatto.
Mi sveglio di soprassalto, nel momento esatto in cui arriviamo alla sede del seminario.

La sera, riportiamo L.. alla sua auto, poi il dottor T. mi allunga verso il parcheggio dove ho posteggiato la mia modestissima Clio.
Mentre sto per scendere gli arriva una chiamata. D’istinto, il dottor T. recupera il cellulare dalla tasca interna della giacca. Poi si blocca, lo infila nuovamente nella tasca e compone il codice sull’autoradio.
Chiudo la portiera e lo saluto con un cenno.
Mentre riparte, attraverso i finestrini chiusi, sembra che stia parlando da solo.

Questa mattina ero da mia nonna.
Lei era impegnata nelle faccende di casa, mentre io stavo scrivendo un articolo sul portatile.
Fuori, una bella mattinata di sole di inizio aprile.
Ad un certo punto abbiamo sentito una tortora fare il suo verso. Non so se avete presente il verso della tortora. Qualche volta uno nemmeno ci fa caso, se qualcuno non glielo fa notare. Su internet ho trovato scritto che i poeti hanno fatto del canto della tortora un simbolo dell’amore e il monotono tubare del maschio è stato interpretato come una solenne dichiarazione d’amore e di fedeltà. Ma questo l’ho scoperto dopo, quindi non vale.

Ad ogni modo, io scrivo sul portatile, mia nonna è impegnata con le faccende di casa e questa tortora, fuori dalla finestra, sotto il sole di una bella giornata di inizio aprile, continua a fare il suo verso.
Non credo che mia nonna sappia qualcosa del fatto che i  poeti hanno fatto del canto della tortora un simbolo dell’amore e che il monotono tubare del maschio è stato interpretato come una solenne dichiarazione d’amore e di fedeltà. Credo che non ne sappia niente, ma dopo un po’ che questa tortora sotto il sole di inizio aprile continua con il suo verso, mi chiede: “La senti la tortora, là fuori? Sembra proprio che dica re-si-sti! Re-si-sti!“.

E io allora smetto di scrivere il mio articolo sul portatile e mi metto ad ascoltare. Non so se l’avete presente, il verso della tortora. Qualche volta uno a certe cose nemmeno ci fa caso, se qualcuno non gliele fa notare. Mi metto ad ascoltare ed è vero: certe mattine di sole di inizio aprile, fuori dalla finestra, ci sono delle tortore che sembrano proprio dire così: re-si-sti! Re-si-sti!

0.
“Ho sempre fatto vacanze in economia, sono abituato ai posti spartani”. E’ una frase di Massimo Tartaglia – l’attentatore (e il corsivo è quanto mai voluto) di Silvio Berlusconi – che ho letto quasi un mese  fa, riportata su uno dei settimanali più venduti in Italia. Una frase che Tartaglia ha detto dal carcere di San Vittore. Sulle prime – lo ammetto – ho riso: ho pensato che fosse una grande battuta, degna di un ottimo comico. Voglio dire, se Tartaglia fosse stato pienamente consapevole del suo gesto e una volta in carcere se ne fosse uscito con una frase del genere, sarebbe stato davvero qualcosa di memorabile. Ma un attimo dopo aver riso mi sono vergognato: perché Massimo Tartaglia non è un comico e nemmeno una persona pienamente consapevole della portata del suo gesto, ma un uomo con  dei problemi di salute accertati. E dietro questa frase c’è forse da leggere qualcosa di più profondo e di più tragico.

1.
Cosa ne so io, di Massimo Tartaglia? Niente, in definitiva. Non più di quello che è stato riportato dai giornali e che ho trovato sulla rete. Non più di quello che ci hanno voluto far sapere, in qualche modo. La sua frase mi è rimasta sullo stomaco e lì è rimasta per settimane, a fermentare e a farmi lavorare di fantasia, dando origine a questi appunti fuori tempo massimo. Dico farmi lavorare di fantasia perché – in mancanza di informazioni più precise – non ho potuto fare a meno di pensare a Tartaglia come ad un personaggio di un racconto. Bene: ho usato i pochi dettagli a mia disposizione e ho messo il mio personaggio nel vuoto di una cella di San Vittore. Il mio personaggio di quarant’anni ha detto: “Ho sempre fatto vacanze in economia, sono abituato ai posti spartani”. Quante persone – ho pensato – fanno vacanze in economia? Molte, io compreso. E delle stanze in cui ho soggiornato non ricordo praticamente nulla. Qualche immagine confusa di lenzuola sporche e camerate piene in qualche ostello. Tutte cose che vengono cancellate in fretta e che passano in secondo piano se sei in compagnia di qualche amico o della tua ragazza. Quand’è – mi sono chiesto allora – che si ha tempo per guardare davvero una stanza, per rendersi conto di quanto sia spartana? Quando si è soli, ho pensato. Quando, anche in vacanza, si passa troppo tempo chiusi dentro quattro mura. E perché qualcuno dovrebbe passare del tempo da solo, anche in vacanza? Perché ha qualcosa per cui non viene accettato.  Il mio lavoro sul personaggio era praticamente quasi finito: un uomo solo, di circa quarant’anni. L’ho anche immaginato in uno di quei minuscoli appartamenti delle località di mare. Esce poco, solo per fare la spesa e per passare qualche ora in spiaggia. Non parla quasi mai con nessuno. Si accorge che la gente lo tratta come un tipo strano. Non gli capita solo lì, gli capita anche quando è in città. Poi lo rinchiudono in una cella e lui non ci trova troppa differenza dai posti in cui ha passato le vacanze. Quante persone – mi sono chiesto – arrivano a pensare alle vacanze a qualcosa di simile ad una prigione?

2.
Di Massimo Tartaglia si è parlato poco, dopo il 13 dicembre. Le immagini esistenti riprendono  solo la sua espressione spaventata al momento del fermo. L’attenzione si sposta immediatamente su Silvio Berlusconi. Il presidente del Consiglio, dopo essere stato colpito al volto, entra in macchina e ne esce poco dopo. Esce con il chiaro intento di farsi fotografare ferito e sanguinante. Le foto fanno il giro del mondo e Berlusconi riceve la solidarietà di chiunque, nonostante il suo sia un gesto calcolato, probabilmente la mossa più geniale di tutti i suoi anni di governo. Una mossa che probabilmente gli permetterà di vincere ancora alle prossime elezioni. Berlusconi sa bene quanto sia forte il potere dell’immagine, conosce la forza dell’apparire: tutta il suo impero è fondato su questo. Dai programmi televisivi Mediaset al trapianto di capelli, dal cerone al sorriso a trentadue denti, dalle battute al lifting, tutto il suo potere è stato costruito sull’apparenza. L’apparenza di un uomo forte e vincente, che si è costruito da solo e che per questo ha, anche, molti nemici invidiosi: i giudici, la sinistra italiana, tutti coloro che osano contraddirlo.

3.
La solidarietà unanime a Silvio Berlusconi è stata la vittoria totale del berlusconismo. Per berlusconismo intendo una manovra ampia, durata decenni, che ha stabilito la vittoria dell’apparenza su tutto il resto. Berlusconi non ha vinto con le elezioni del 1994, ma molto prima, a partire da programmi come Drive In. Ha imposto un modello di uomo vincente, uno stile di vita che nel bene e nel male ci ha condizionato e continua a condizionarci. La televisione decide cosa è importante e quello che non passa sullo schermo scivola naturalmente in secondo piano. Per questo – credo – di Massimo Tartaglia non si è più saputo niente. Parlarne avrebbe significato renderlo vero, riconsegnargli una sua dignità, forse comprendere il motivo del suo gesto.

4.
Il berlusconismo, che si regge sull’apparenza, confina tutto ciò che può dare fastidio nell’invisibilità. In modo particolare alcune scelte di governo – sull’immigrazione e sulla prostituzione, per esempio – adoperano appieno questo metodo. Non si cerca di affrontare la questione alla radice, ma si cerca di nascondere le loro espressioni più visibili. Per questo ci si accontenta che un campo nomadi non venga costruito vicino alla propria città, o che le prostitute non battano lungo i viali. Si parla di sicurezza e di decoro, ma la verità è che, assuefatti al berlusconismo, ci siamo convinti che ciò che non vediamo direttamente, in realtà, non esiste.

5.
Non parlare di Massimo Tartaglia è una scelta che va in questa direzione. Tartaglia era un invisibile e deve rimanere un invisibile. Tartaglia rappresenta l’uomo sconfitto, chi – nel sistema perverso del berlusconismo – ha perso: solo, malato, strano per i canoni che ci sono stati imposti negli ultimi decenni. Tartaglia è una vittima del berlusconismo, ma non si accontenta di scontare la sua colpa: passa all’azione, per quanto il suo gesto possa non essere condivisibile. In qualche modo potrebbe essere un esempio per qualcun altro. Cancellarlo e relegarlo nel dimenticatoio fa sì che il suo gesto – che non ha il potere di trasformarsi in apparenza tanto quanto il volto sanguinante del Premier, rimbalzato in tutto il mondo – risulti inutile, e ci convinciamo che un altro gesto simile, che vada cioè nella direzione di scalfire il berlusconismo sia un tentativo destinato a fallire. E in tutto questo la cosa più tragica e tremenda è che non ci preoccupiamo dell’invisibilità di Tartaglia, perché Tartaglia dà fastidio anche a tutti noi – tutti quanti – perché dimostra che il regno dell’apparenza del berlusconismo è fragile e pronto a rompersi da un momento all’altro. E in qualche modo, a questo sogno televisivo lungo venticinque anni – più o meno consapevolmente – abbiamo creduto e continuiamo a credere tutti quanti.

In un bagno, su una nave diretta in Grecia, scoprirai che non è male lavarsi i denti di prima mattina guardando fuori da una finestra il mare aperto.

Ma ci vorrà ancora qualche ora. Per adesso, sei in un bagno, su una nave diretta in Grecia, per la cosa più semplice.
Per cui, in piedi davanti al water, chiuso nel cubicolo in cui quasi non ci si riesce a muovere, fai quel che devi fare.

Sopra la tazza c’è un adesivo. C’è scritto:
PLEASE DON”T THROW THE TOILET PAPER IN THE TOILET BASIN. USE THE SPECIAL WASTE BASKET.
Più in basso, la stessa avvertenza è riportata in altre lingue, accanto alla bandierina corrispondente.
Vicino al tricolore leggi:
PREGO, NON GETTARE LE CARTE NEL BACINO. USARE IL CANESTRO SPECIALE DEI RIFIUTI.

Per cui è in un bagno, su una nave diretta in Grecia, che scopri che certe avvertenze vengono tradotte con il traduttore automatico che si trova su Internet.

Io e Eli ci svegliamo praticamente nello stesso momento, quando il tizio comincia ad urlare troppo forte.
Le luci mi fanno male agli occhi e mi ci vuole un attimo per rendermi conto dove sono. All’interno della nave della Anek Lines. Di ritorno dalla Grecia. Sdraiato su un materassino gonfiabile. Provavo a dormire, fino a qualche secondo fa.

“Where is the problem, eh?” urla il tizio ad un ragazzo con i capelli ingellati e la divisa della Anek Lines. “Tell me where is the problem”.
Le parole gli escono lente e impastate e – immagino – accompagnate da qualche spruzzo di saliva poco simpatico. Non ci vuole molto a capire che è ubriaco.
Il ragazzo con i capelli ingellati mantiene un tono di voce più basso, lo invita a fare silenzio.
“Silence, please”, gli dice. “It’s four o’clock in the morning”.

C’è qualche altro scambio di battute che, dalla mia postazione sul materassino, non riesco a decifrare. Sto quasi addormentandomi di nuovo, quando il tizio ricomincia ad urlare e la conversazione prende una piega assurda.
“I don’t no respect you”, dice il tizio al ragazzo ingellato.
“You don’t respect me?” chiede il ragazzo.
“No, I say I don’t no respect you, so why you treat me like that?”.
“Why you don’t respect me?”.
“I say I don’t no respect you”.
“Why you don’t respect me?” chiede di nuovo il ragazzo ingellato.
“I don’t no respect you”, scandisce il tizio. “So, why you treat me like that?”.

“Credo che voglia dire che non gli sta mancando di rispetto” provo a spiegare ad alta voce a me stesso e ad Eli. “Tipo I don’t uguale Io non, e no respect you non ti sto non rispettando. Sì, credo che nella sua testa la frase che ripete di continuo dovrebbe suonare più o meno come Io non ti sto non rispettando“.
“Perchè non dormi invece di fare ricerche linguistiche sugli ubriachi?” mi chiede Eli.
Sto per risponderle, quando il tizio, con un colpo di genio, finalmente lo dice.
“I respect you”, lo sento dire al ragazzo ingellato della Anek Lines, che pare tranquillizzarsi. Parlano ancora un po’, ad un livello di voce decisamente più basso.
“Vedi che avevo ragione?” dico a Eli. Eli non risponde, si è già riaddormentata. Mi sistemo di nuovo sul materassino gonfiabile. Chiudo gli occhi.

Può passare un minuto o forse un’ora intera: sono stanco e senza orologio e quando chiudo gli occhi perdo completamente la cognizione del tempo.
“Why you treat me like that?” sta urlando di nuovo il tizio al povero ragazzo ingellato. “You’re not a policeman, right? Are you a policeman? No. So why you treat me like that?”.
Mi metto di nuovo a sedere sul materassino.
“Ancora?” borbotta Eli.
“Ancora” dico io.
“Silence, please” dice il ragazzo della Anek Lines.
“You’re not a policeman” risponde il tizio.
“Please, sir. Silence”.
“Why you treat me like that? Answer me. Why you treat me like that?”.
“Calm down” dice il ragazzo ingellato.
“Calm down?” ripete il tizio. “You tell me calm down?”. Adesso sta davvero urlando. Attorno a noi emergono teste assonnate dai sacchi a pelo e da sotto le coperte stese a terra.
Eh, ti ha detto calm down, penso io. Mica è un insulto.
“You tell me calm down?” urla di nuovo, completamente incendiato, il tizio. Così forte da riuscire a svegliare il padre di famiglia arabo steso vicino a noi, che dorme ininterrottamente, russando, da più di dieci ore.
“Calm down? Calm down nu grandissimo cazzo!” sbraita il tizio alla fine. Poi si allontana, lasciando senza parole  il ragazzo ingellato.

Il padre di famiglia arabo guarda in direzione del tizio strofinandosi gli occhi, poi verso di me.
Cazzo” dice passandosi una mano sulla patta. “Italiano“, e indica il tizio ubriaco che se ne sta andando.
Poi si batte tre volte, lentamente, l’indice sulla tempia.
Provo a sorridere e annuisco. Mi sistemo di nuovo sul materassino, tirandomi la coperta fin sopra gli occhi.

 

 

piccioni-filaLa sfiducia di una nazione nei confronti della tecnologia si misura in stazione.
Questa mattina, in Centrale a Milano, ci saranno state una settantina di persone in fila agli sportelli dei biglietti (ho avuto tutto il tempo di contare, in attesa del mio regionale. La povertà della fascia giovanile under 30 di una nazione si misura anche da quanto tempo sei disposto a perdere nell’attesa del treno più economico pur di risparmiare qualche euro, ma questo – mi accorgo – è tutto un altro discorso).

Settanta persona in fila agli sportelli, dicevo. E, qualche passo più in là, le macchinette del biglietto veloce praticamente vuote. Mi sono diretto lì, a fare il mio biglietto. Non ci ho impiegato più di cinque minuti e allora, per un po’, sono tornato a guardare la lunga fila di persone in attesa.
Si muovevano a rilento. Molti sbuffavano. Altri controllavano l’orologio così spesso da sembrare vittime di un tic. Qualcuno si lamentava al cellulare – rigorosamente a voce troppo alta – di quanto tempo stesse perdendo per fare il biglietto.

Mentre li guardavo, ho pensato che io, in più di tre anni di utilizzo regolare di Trenitaglia, avrò fatto il biglietto allo sportello non più di una decina di volte. L’unico motivo a spingermi a farlo è che le dannate macchinette del biglietto veloce hanno la cattiva abitudine di darti il resto in monete da 50 e 5 centesimi. Quantità spropositate e immotivate di monete da 50 e 5 centesimi, considerato il fatto che esistono monete da 1 e 2 euro, e addirittura banconote da 5 euro.

Mi rendo conto di non aver mai cercato il contatto umano con il personale di Trenitaglia (forse più il contatto fisico, dato che una volta un bigliettaio se ne è uscito dal suo sportello con l’intenzione di menarmi, dopo che avevo protestato con un paio di pugni sul vetro divisorio. Ma anche questo è un altro discorso).
Non cerco il contatto umano, dicevo, di sicuro non con il personale di Trenitaglia. E’ per questo – mi chiedo – che sono naturalmente portato ad approcciarmi con gioia a quanto è tecnologico?
Credo anche di averla sognata, una notte, una specie di stazione futuristica in cui non esistevano bigliettai in carne e ossa. Niente risposte sgarbate, niente ricerche affannose davanti ai monitor dei pc, nessun Non so cosa sia la Cartaviaggio, nessuna fila provocata da tecniche di digitazione degne di un bradipo: solo una lunga fila di efficienti macchinette cagabiglietti. Nel mio sogno, credo, queste incredibili macchinette erano in grado di darti anche il resto in maniera sensata: due monete da 20 centesimi e una da 5, tanto per dire, non nove dannatissimi ramini (cosa credono, a Trenitaglia, che il tintinnare delle monete in stile slot-machine illuda qualcuno d’aver speso poco? O di aver vinto qualcosa, magari?).

Sono rimasto a guardare la lunga fila ancora per un po’. Dovevo avere quel tipico sguardo che riservo di solito a quelli che al cinema comprano il biglietto per il cinepanettone dell’anno.
Ho pensato ad un po’ di cose, per un attimo anche ad un concetto che nella mia testa ho provvisoriamente chiamato darwinismo sociale.
E ho pensato che anche la sfiducia nell’umanità, certi lunedì mattina, si misura in stazione.

200px-Gaius_Cornelius_TacitusSono seduto al Caffè Nazionale, in Via Po.
La scritta arancione dell’insegna si illumina ad intermittenza sopra la mia testa. Nel tavolino accanto al mio c’è un tizio che sta leggendo gli Annali di Tacito.
Qualche minuto fa ha smesso di chiacchierare  di autori latini con una tizia che, una volta in piedi, prima di andarsene, ha rivelato un fisico niente male. Gambe lunghe e tette strizzate dentro una maglietta attillata. La faccia, però, lasciava davvero a desiderare.
Bag on your head / Beautiful inside, ho canticchiato quasi senza accorgermene.
Comunque, questo non c’entra praticamente nulla – le gambe lunghe e le tette strizzate, intendo: aver fischiettatto gli Hardcore Superstar, invece, un senso ce l’ha eccome -: quello che importa è che c’è questo tizio, nel tavolino vicino al mio, concentrato nella lettura degli Annali di Tacito. Tiene il libro alto di fronte agli occhi, quasi volesse mettere in evidenza la copertina dove campeggia il profilo dell’autore.

Il cameriere – un ragazzo con una barba caprina che gli scende dal mento e le basette folte – mi si avvicina. Ordino il succo all’arancia. Il cameriere annota l’ordine sul suo blocchetto, poi si sposta a togliere bicchieri e portacenere da un paio di altri tavolini. Mentre lo fa, getta lo sguardo sul tizio e sulla copertina del suo libro.
Il tizio alza gli occhi dalla pagina e lo saluta con un cenno della testa. Quel genere di saluto che si fa con le persone che si conoscono di vista, come un cameriere e un cliente abituale.

“E’ un porno?” chiede il cameriere indicando il libro, un sorriso che gli attraversa la faccia. “Gli Anali. Stai leggendo gli Anali di Tacito”.
Oh, ha fatto la battuta, penso io.
Il tizio ride, giusto un attimo.
Io sono seduto esattamente a metà tra il cameriere e il tizio, e questo è uno di quei momenti in cui, se avessi un bicchiere di fronte, lo prenderei e berrei. Per non dover far finta di ridere, intendo. Per evitare di venire coinvolto in qualche modo.
“Gli Annali” dice il tizio, calcando sulle enne, “per adesso mi accontento degli Annali“.
“Tacito è l’autore?” chiede il cameriere.
“Tacito, esatto”.
“Gli Annali di Tacito” ripete il cameriere, come se dovesse incamerare con difficoltà l’informazione in qualche porzione di memoria.
“Sono cronache scritte di anno in anno” spiega il tizio.
“Ah. Per quello si chiamano Annali“.
“Esatto”.
“E’ uno storico?”.
“Più o meno”.

Il ragazzo torna all’interno del bar a posare il vassoio su cui ha caricato i calici vuoti e i posacenere.
Poi torna fuori con il mio succo all’arancia. Posa sul tavolo il bicchiere e lo scontrino, ma tiene lo sguardo rivolto verso il tipo, che nel frattempo si è rimesso a leggere.
Gli si avvicina sistemando la tovaglia che copre un tavolino.
“Sai una cosa” dice ad alta voce, “se dovessi scegliere di nuovo farei il classico. Si studiano al classico gli Annali di Tacito, giusto?”.
“Credo di sì”, dice il tizio, posando il libro sul tavolo.
“Vabbè, ormai sono qua” allarga le braccia il cameriere. “Tanto se uno vuole una cultura se la fa lo stesso anche se fa il cameriere, giusto?”.
“Credo di sì”.
“Li trovo in libreria, gli Annali di Tacito?”.
“Certo che li trovi”.
“Mi sa che me li compro, allora. Così, anche se sono un cameriere, una cultura me la faccio”.
Poi si volta verso di me: “Ah, se vuole all’interno c’è l’aperitivo a buffet”, mi dice.
Scrollo la testa: “Magari più tardi”, rispondo. “Aspetto una persona. Però magari più tardi entriamo”.

essi vivonoOmaggio a B.E.E.

Il locale deve essere stato rinnovato negli ultimi mesi.
Il bancone di vetro – illuminato dalle luci dei faretti che pendono dal soffitto – fa risaltare ancora di più le linee squadrate degli sgabelli in pelle bianca e nera sistemati in gruppi di quattro attorno ai tavolini rotondi. C’è un grande specchio triangolare su una parete, e l’insieme – credi – dovrebbe dare l’idea di qualcosa definibile come minimal chic.
O, perlomeno, quello che in un piccolo paese di provincia è l’idea del minimal chic.
E’ strano, perché sei sicuro di essere passato di qui non più di tre o quattro mesi fa, e il locale era una sorta di birreria tirolese, con tanto di panche, tavoli in legno e boccali da litro sistemati sulle mensole.
Sei sicuro che anche le due cameriere che si danno da fare dietro il bancone siano le stesse. Solo che qualche mese fa avevano addosso un completo da Oktoberfest, mentre ora sono entrambe in canottiera nera, minigonna di jeans e stivali.

“Beviamo qualcosa?” chiede S., e vi avvicinate tutti e quattro alla cassa.
C’è un dj in un angolo del locale. Davanti a lui, gruppi di ragazze e ragazzi si strusciano mentre ballano.
Il dj mette un disco sul piatto, urla: “Questa è per voi!”.
Parte la base bombata di bassi. La canzone dice: Love. Sex. American Express. Love. Sex. American Express.
Un tizio in camicia nera e pantaloni bianchi con le sopracciglia rifatte butta in aria le mani e grida: “Mykoooonos!”.
Alla cassa, intanto, le ragazze che avete di fronte ordinano un gin lemon e un mojito.
Poi tocca a voi. S. ordina un gin lemon. P. ordina un gin lemon. R. ordina un mojito.
“Una birra”, dici tu, quando è il tuo turno.
La cameriera in canottiera nera, mini di jeans e stivali aggrotta la fronte, ti fissa come se non avesse capito.
“Una birra”, ripeti. La guardi abbassarsi a controllare dentro il frigo sistemato sotto il bancone.
Ne ha solo in bottiglia, dice. Una sola marca. Corona, va bene?
La  Corona non ti piace.  “Va bene”, dici. “Vada per la Corona”.
La cameriera deve controllare il prezzo sul listino. “Quattro euro”, ti dice poi.
Paghi e ti togli dalla cassa. Dietro di te un tizio ordina un gin lemon e un mojito.
R. guarda la tua bottiglia, ti chiede quasi stupito: “Ma che cazzo fai? Bevi una birra?”.

Stai per rispondere, ma il dj nell’angolo urla: “Su le mani!” e tu ti incanti a guardare i ragazzi in pista che per un attimo smettono di strusciarsi l’uno con l’altra e allungano le braccia sopra la testa.
La musica rallenta per un attimo – in tempo perché tu distingua la voce di una ragazza che urla “Mykoooonos!” – poi ripartono i bassi e il dj lascia scivolare di nuovo il disco sul piatto.
La canzone dice: Po po po po po po po po poker face. Po po po po po po po po poker face.

I ragazzi esultano alzando i bicchieri di gin lemon e mojito e tu ti accorgi di aver finito la tua bottiglia di birra in pochi sorsi. Cos’è, pensi, la quinta della serata?
Ti avvicini di nuovo al banco. La cameriera in canottiera nera, mini di jeans e stivali è la stessa di prima. Poggi la bottiglia vuota sul banco e batti un paio di volte l’indice sul collo di vetro.
“Un’altra” le dici.
La cameriera aggrotta la fronte, ti fissa come se non avesse capito.
“Una birra”, dici allora. Lei si abbassa a controllare dentro il frigo sistemato sotto il bancone.
Ne ha solo in bottiglia, dice. Una sola marca.
“Corona, scommetto”, le dici. “Va bene”.
Metti cinque euro sul banco mentre la cameriera controlla il prezzo sul listino. Dietro di te, intanto, due ragazze chiedono all’altra cameriera un gin lemon e un mojito.

Torni da S., P. e R.. Stanno parlando di una ragazza che balla insieme ad un truzzo in mezzo alla pista. E’ una mora, abbronzata e minuta. Avrà al massimo vent’anni. La guardate muovere il culo fasciato nella mini di jeans e tirare fuori la lingua quando il tamarro, da dietro,  le mette una mano sulle tette.
“C’è un gruppo su Facebook dedicato a lei” dice S.. “In bacheca c’è scritto che fa dei gran pompini”.
“Domani mi iscrivo”, ride P.
“Chi è il cinghiale che balla con lei?” chiedi, puntando la bottiglia in direzione del tamarro. Noti solo adesso che ha le sopracciglia rifatte, nascoste appena dai Rayban a specchio che gli coprono gli occhi.
“Un cinghiale che ha una Z3 parcheggiata qua fuori” ti dice S..
“Avrà vent’anni se va bene”.
“Avrà vent’anni e un papà con un pacco di soldi, probabilmente. E si scopa quel gran pezzo di figa”.
Qualcuno, dalla pista, urla: “Mykonoooos!”.
Il dj prende il microfono per dire “Chi non alza le mani non tromba domani!”.
Mani che si alzano con un urlo. Noti che il tamarro ha le ascelle pezzate.
“Il cinghiale però ha le ascelle pezzate”, dici.
“Ha le ascelle pezzate e una Z3 parcheggiata qua fuori” ti risponde P..
“Beviamo qualcosa?”, chiede R. a S. e P..
“Beviamo qualcosa” dice R.. P. annuisce.
Li guardi avvicinarsi al banco. S. ordina un gin lemon. P. ordina un gin lemon. R. ordina un mojito.

                                                                                                                    *

“Adesso usciamo e ci fumiamo un razzo, d’accordo?” dice S.. “Un bel razzo, di quelli che ti riappacificano con il mondo, d’accordo?”.

 

*

 Quando rientrate non senti più le gambe e la vista ti si è appannata. Quant’era che non fumavi? Un anno? Due? Forse di più. 
E che cazzo vi ha fatto fumare S.? Hai la gola in fiamme.
Hai la gola in fiamme, la vista ti si è appannata e non senti più le gambe. E hai sete.
Adesso ordino un’altra Corona del cazzo, pensi.
Mentre siete ancora sulla porta ti passa di fianco una bionda. Ha una minigonna di jeans e un bel culo.
“Hei, ci sei su Facebook?” le chiede S. mettendosi di fronte all’entrata.
La tipa ride, ma non risponde. Ha una sigaretta tra indice e medio e gli fa segno che deve uscire.
“Eddài, dimmelo! Ci sei su Facebook?” dice S..
“Ci vediamo dopo” dice lei. Gli sventola la sigaretta davanti alla faccia e ride.
S. si sposta e fa una specie di inchino. “A dopo” dice.
Mentre esce le guardiamo il culo.
“Troia” dice S..
“Beviamo qualcosa?” ci chiede P..

Alla cassa le ragazze che avete di fronte ordinano un gin lemon e un mojito.

Poi tocca a voi. S. ordina un gin lemon. P. ordina un gin lemon. R. ordina un mojito.

“Una birra”, dici tu, quando è il tuo turno.
La cameriera in canottiera nera, mini di jeans e stivali – sempre la stessa  -aggrotta la fronte, ti fissa come se non avesse capito.
“Una Corona”, dici. “Hai solo quella, brutta stordita”.
La guardi abbassarsi a controllare dentro il frigo sistemato sotto il bancone.
Ne ha solo in bottiglia, dice. Una sola marca. Corona, va bene?
“Cristo, sì. Dammi ‘sta Corona. Ho la gola in fiamme e non mi sento più le gambe”.
La cameriera controlla il prezzo sul listino.
“Quattro euro, scommetti?”.
“Quattro euro” dice lei, ridendo. “Hai ragione”.

Poi ti dice ancora qualcosa. Ma non senti la sua voce, la vedi solo muovere le labbra al di là del bancone, mentre il dj urla “Questa è per voi!” e alza ancora di più il volume lasciando partire la canzone che dice: Maracaibo, mare a forza nove. Fuggire sì ma dove?
Zazzà!, urla in sincrono tutto il locale. Anche la cameriera, mentre appoggia il tuo resto sul bancone.
“Hai mai visto Essi vivono?” le chiedi. “E’ un horror. Di Carpenter”.
Questa volta è lei a non sentire. Sta guardando il tizio di fianco a te, un tipo con i pantaloni bianchi e un tatuaggio che recita DVX MEA LVX sul bicipite.
“Un gin lemon e un mojito”, dice il tizio di fianco a te.
“Hei, cazzo” dici ancora alla cameriera “ti ho chiesto se hai mai visto Essi vivono! Un horror. Di Carpenter. Dell’ottantotto”.
La cameriera non risponde, impegnata com’è con i bicchieri dei cocktails.
“Troia del cazzo!” urli allora, “ti ho chiesto se hai mai visto Essi vivono di Carpenter!”
Il tizio di fianco a te, il tipo con i pantaloni bianchi e il tatuaggio che recita DVX MEA LVX sul bicipite, ti guarda e scoppia a ridere. Ti batte una mano sulla spalla e dice: “Te sì troppo brusà, vecio! Bevito un ginlemon con mi?”.
Accetti solo perché ti senti la gola in fiamme e le gambe che cedono.
Un secondo dopo tutto il locale urla: Rum e cocaina! Zazzà!

 “Hai mai visto Essi vivono di Carpenter?” chiedi a S., bevendo un gin lemon. “E’ un horror. Di Carpenter. Dell’ottantotto. Spero che tu non sia uno di quelli che pensa che guardare gli horror sia roba da sfigati. Io li ho sempre guardati, gli horror, in ogni caso. E c’è questo film, dicevo – Essi vivono, di Carpenter, dell’ottantotto –, la storia di un tipo che ad un certo punto trova degli occhiali speciali. Se li mette e si rende conto che attraverso quelle lenti le cose gli appaiono come sono veramente. Vede che i cartelloni pubblicitari sono in realtà solo messaggi subliminali e che la città è piena di zombi. E gli zombi sono i ricchi, i lampadati, i fighetti, i politici. La bella gente, capisci? Ed è un horror, cazzo. Dell’ottantotto”.
S. non ti risponde. Ti indica una ragazza nel centro della pista. Ha i capelli corti e una gonna di jeans.
“La vedi quella?” ti chiede. “C’è un gruppo su di lei, su Facebook. In bacheca qualcuno ha scritto che se lo fa mettere nel culo”.

 “Mykonoooos!” urla qualcuno.

 “Beviamo qualcosa?” vi chiede S.

 Il tipo con i pantaloni bianchi e il tatuaggio che recita DVX MEA LVX sul bicipite ti raggiunge.
“Bevito un altro ginlemon con mi?”, ti chiede.
Accetti solo perché ti senti la gola in fiamme e le gambe che cedono.

 Al cesso, su una parete, c’è un quadro con delle foto. In una ci sono le cameriere – le stesse che ci sono al banco – vestite con un completo da Oktoberfest.

“Questa è per voi!” urla il dj e fa partire la canzone.
La canzone dice: Com’è bello far l’amore da Trieste in giù.

 “El problema iè i negri, ‘scoltame mi” ti dice il tipo con i pantaloni bianchi e il tatuaggio che recita DVX MEA LVX  sul bicipite. Poi ordina altri due gin lemon.

 “Beviamo qualcosa?” vi chiede S.

 “Mykonoooos!” si sente urlare.

 “Vado a prendere una boccata d’aria” dici a S. P. e R..

 Esci.

 Nel parcheggio due ragazzi stanno fotografando una ragazzina con una minigonna di jeans che sbocca.
“Domani le mettiamo su Facebook”, ridono.

 La canzone dice: Ma la notte la festa è finita.
Il locale si trasforma in un organismo fatto di una sola voce che risponde: Evviva la figa.

Rientri. Non c’è nessun cartello sopra la porta di ingresso. Ma se ci fosse, sei quasi sicuro che ci sarebbe scritto: Questa non è un’uscita.

 essi-vivono

donneuomini“E’ che voi maschi pensate sempre che sia colpa delle donne, la fine di un rapporto”.

“Ed è così, infatti”.

“Sai anche tu che non è vero”.

“Invece ne sono convinto. E’ sempre la donna che decide, tanto l’inizio quanto la fine di un rapporto”.

“Siete sempre pronti ad addossare la colpa a qualcun altro, voi maschi. Da bravi irresponsabili. Ecco cosa siete diventati: una massa di adulti insicuri, che si comportano ancora come dei ragazzini”.

“Può essere. Ma ci sono un sacco di problemi ad essere un maschietto, nel 2009”.

“Davvero? Ce ne sono anche ad essere donna, fidati”.

“Sì, lo so. Non c’è bisogno che me ne parli: la mancanza di una figura autorevole, i padri che non fanno più i padri, madri ossessive, la paura dell’abbandono. La ricerca di un uomo che sia bello ma non stupido e che  possibilmente non abbia più vasetti di creme di te sulla mensola del bagno. L’eterna lotta tra la carriera e il ruolo di madre. E poi, soldi o famiglia? E due cuori e una capanna, è un concetto ancora valido? Lo so, santo cielo, non c’è bisogno che me ne parli. Abito in una casa con tre donne, passo un sacco di tempo a leggere riviste femminili seduto sulla tazza del cesso. Mi sembra di conoscervi meglio di quanto non vi conosciate voi, qualche volta. Coraggio, parlamene. Dimmi che vuoi dei figli, ma che non sei disposta a rinunciare ad un’eventuale carriera. E un uomo che ti conceda i tuoi spazi, chè non vuoi fare la vita da schiava che ha fatto tua madre. Raccontami dei drammi interiori che ti prendono quando pensi che tua mamma alla tua età aveva già te e tu, ora, nemmeno un lavoro fisso”.

“Sinceramente la prima cosa a cui ho pensato io è stata la cellulite”.

 

 

 

sicurezza

Dove lavoro c’è uno stagista. Lo chiameremo D.
D. ha qualche anno meno di me, mi dice “grazie mille, grazie mille” almeno cinquanta volte al giorno e si stira ogni cinque minuti sbuffando, come se fosse l’uomo più spossato del mondo.

Oggi, dopo cinque minuti che è uscito – mentre io aspetto che il dottor G. torni in ufficio per fare con lui una cosa importantissima – D. mi manda un sms.

Dice: “CIAO MASSIMILIANO SONO D. VOLEVO DIRTI CHE SUL VIALETTO DELL ENTRATA DELL OSPEDALE CE UN TIPO CHE ABBORDA LA  GENTE PENSO CHE CHIEDE SOLDI IN MODO INSISTENTE. CON ME CI HA PROVATO MA SONO ANDATO VIA…PENSO SIA X IL RECUPERO TOSSICODIPENDENTI PERò NON SO…”.

Grazie, gli rispondo io, ma non c’è niente di strano, ci sono spesso.
Non danno fastidio a nessuno, vorrei aggiungere. Invece non scrivo niente.

Dopo pochi minuti mi arriva un nuovo sms. D. scrive: “EH LO SO…TE L HO DETTO PERCHE’ MAGARI SE VUOI DIRLO AL DOTTORE ALTRIMENTI LO FACCIO DOMANI…PECCATO CHE NON C ERANO LE GUARDIE DELLA SICUREZZA OGGI!”.

Rileggo agghiacciato l’ultima frase un paio di volte. Le guardie della sicurezza?
Vorrei scrivere qualcosa come risposta, invece non scrivo niente.

Nel frattempo rientra il dottor G.. Facciamo la cosa importantissima che dobbiamo fare.

Quando esco incontro il tizio che chiede i soldi sul vialetto dell’ospedale. Non è di una comunità di tossicodipendenti, è di una associazione di lotta ai tumori. E’ vero, è insistente. Molto insistente. Diciamo pure che rompe i coglioni.

E mi viene in mente cosa dovrei scrivere a D.: che il tizio è un rompicoglioni, è vero. Eppure credo che mi metta meno di cattivo umore della vista di qualsiasi divisa. Soprattutto di quella di una guardia della sicurezza. Anzi, forse addirittura meno del concetto stesso di guardia della sicurezza.
Ecco cosa dovrei scrivergli, penso.
Invece, finisce che non scrivo niente.