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  In questa stagione, a una certa ora – l’ora in cui il pomeriggio si trasforma lentamente nella sera – si sposta da dietro il banco e si avvicina alla porta del suo negozio. Da dietro la vetrata, guarda le macchine passare lungo la strada – scie rapide di colore e fari accesi – e il parcheggio del piccolo supermercato al di là della carreggiata, popolato di ombre che reggono borse e sacchetti.

 

Non è entrato nessuno, nel suo negozio, nemmeno oggi. Lui lo sa che è perché quasi non ci vede più. E quando quasi non ci si vede più è difficile riparare degli orologi. Ha dovuto ammettere, davanti ad alcuni clienti, che non era in grado di completare i lavori che gli avevano affidato, e Dio solo sa quanto ci avesse provato. Non gli è difficile immaginare che quelle voci siano girate velocemente: è sempre così che succede, in un piccolo paese, lo sa bene.

 Ripensa a quando poteva infilarsi il piccolo monocolo da lavoro sull’occhio destro, vedere con ancora maggiore chiarezza di quanto non riuscisse a fare a occhio nudo quel minuscolo mondo fatto di meccanismi e ingranaggi.

 

A un certo punto l’insegna al neon sopra la porta d’entrata sfarfalla e s’accende. La luce rossa col suo cognome si riflette sul vetro, gli infastidisce gli occhi. Li strofina, li apre più che può, ma li sente bruciare. Per via del buio che si fa sempre più fitto e dell’alone rosso dell’insegna non distingue più le ombre che si muovono nel parcheggio. Le auto sono ombre nere che sfilano su un fondale nero.

Chiude la porta con un giro di chiave. Torna dietro al bancone. Cerca di non guardare più oltre il vetro della porta. Aspetta che arrivi l’orario di chiusura.

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