piccioni-filaLa sfiducia di una nazione nei confronti della tecnologia si misura in stazione.
Questa mattina, in Centrale a Milano, ci saranno state una settantina di persone in fila agli sportelli dei biglietti (ho avuto tutto il tempo di contare, in attesa del mio regionale. La povertà della fascia giovanile under 30 di una nazione si misura anche da quanto tempo sei disposto a perdere nell’attesa del treno più economico pur di risparmiare qualche euro, ma questo – mi accorgo – è tutto un altro discorso).

Settanta persona in fila agli sportelli, dicevo. E, qualche passo più in là, le macchinette del biglietto veloce praticamente vuote. Mi sono diretto lì, a fare il mio biglietto. Non ci ho impiegato più di cinque minuti e allora, per un po’, sono tornato a guardare la lunga fila di persone in attesa.
Si muovevano a rilento. Molti sbuffavano. Altri controllavano l’orologio così spesso da sembrare vittime di un tic. Qualcuno si lamentava al cellulare – rigorosamente a voce troppo alta – di quanto tempo stesse perdendo per fare il biglietto.

Mentre li guardavo, ho pensato che io, in più di tre anni di utilizzo regolare di Trenitaglia, avrò fatto il biglietto allo sportello non più di una decina di volte. L’unico motivo a spingermi a farlo è che le dannate macchinette del biglietto veloce hanno la cattiva abitudine di darti il resto in monete da 50 e 5 centesimi. Quantità spropositate e immotivate di monete da 50 e 5 centesimi, considerato il fatto che esistono monete da 1 e 2 euro, e addirittura banconote da 5 euro.

Mi rendo conto di non aver mai cercato il contatto umano con il personale di Trenitaglia (forse più il contatto fisico, dato che una volta un bigliettaio se ne è uscito dal suo sportello con l’intenzione di menarmi, dopo che avevo protestato con un paio di pugni sul vetro divisorio. Ma anche questo è un altro discorso).
Non cerco il contatto umano, dicevo, di sicuro non con il personale di Trenitaglia. E’ per questo – mi chiedo – che sono naturalmente portato ad approcciarmi con gioia a quanto è tecnologico?
Credo anche di averla sognata, una notte, una specie di stazione futuristica in cui non esistevano bigliettai in carne e ossa. Niente risposte sgarbate, niente ricerche affannose davanti ai monitor dei pc, nessun Non so cosa sia la Cartaviaggio, nessuna fila provocata da tecniche di digitazione degne di un bradipo: solo una lunga fila di efficienti macchinette cagabiglietti. Nel mio sogno, credo, queste incredibili macchinette erano in grado di darti anche il resto in maniera sensata: due monete da 20 centesimi e una da 5, tanto per dire, non nove dannatissimi ramini (cosa credono, a Trenitaglia, che il tintinnare delle monete in stile slot-machine illuda qualcuno d’aver speso poco? O di aver vinto qualcosa, magari?).

Sono rimasto a guardare la lunga fila ancora per un po’. Dovevo avere quel tipico sguardo che riservo di solito a quelli che al cinema comprano il biglietto per il cinepanettone dell’anno.
Ho pensato ad un po’ di cose, per un attimo anche ad un concetto che nella mia testa ho provvisoriamente chiamato darwinismo sociale.
E ho pensato che anche la sfiducia nell’umanità, certi lunedì mattina, si misura in stazione.

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