figure25Ho una nonna quasi novantenne con una vita sociale ancora piuttosto intensa e un padre che lavora nei campi.
Le due cose, in alcuni periodi dell’anno – questo, per esempio – si intrecciano in maniera indissolubile, coinvolgendomi in prima persona.
Nello specifico, io divento una sorta di braccio operativo della nonna, con il compito di distribuire ad amici, amiche e conoscenti cassette di mele e di frutta debitamente preparate secondo  le preferenze di ognuno: nel corso degli anni mia nonna ha infatti  memorizzato informazioni e gusti del suo cerchio di conoscenze, così che le cassette che escono dalle sue mani sono in qualche modo personalizzate per dimensioni, quantità e varietà di frutta.

Certe volte mi ritrovo a caricare la macchina anche con quattro o cinque cassette destinate ad altrettante persone. Oggi, invece, ne avevo solo una. Per la signora L..
La signora L. mi conosce da quando sono bambino. E’ una di quelle simpatiche vecchiette che hanno proprio l’aspetto della nonna: di quelle sempre sorridenti, che non perdono un secondo per riempirti di complimenti e che prima di salutarti hanno la tendenza a riempirti le tasche dei jeans con quantità assurde di caramelle.
Comunque, scendo dalla macchina, recupero la cassetta e suono a casa della signora L..
“Massimiliano! Cara!” dice lei uscendo dalla porta. Dice proprio così: cara. Lo sento bene.
Però mi ha chiamato per nome. Magari è l’abitudine, penso: ha due figlie, e le visite a sorpresa – gradite – le associa alle figure femminili. Un piccolo errore, penso.
Mi apre il cancelletto, entro.
“Mamma mia che bella cassetta di mele!” dice contenta la signora L., venendomi incontro.
“Gliela porto in casa?” le chiedo io, indicando con un cenno del mento la cassa che tengo tra le mani.
“Grazie!”. La signora L. mi fa strada all’interno dell’appartamento. “Mettila lì, per favore”.
Poggio la cassetta. “Qui va bene?”.
“Lì va benissimo. Brava“.
Oh, lo sento di nuovo: questa volta ha detto brava.
Un semplice errore, penso di nuovo. Un altro semplice errore. Però dai, non è più giovanissima, magari si confonde, mi dico. E poi ha due figlie: figurati se non è abituata a parlare soprattutto con loro.
La signora L., intanto, sta tornando carica di caramelle.
“No, no grazie”, provo a fermarla io, ma non c’è niente da fare. Non posso rifiutare. Mi riempio le tasche dei jeans.
La saluto e faccio per andarmene.
“Grazie tante Massimiliano”, mi saluta la signora L., “stammi bene cara“.
Cazzo, penso.
Salgo in macchina. La saluto con la mano.
“Ciao Massimiliano, ciao bella” dice la signora L..
E vabbè, lo ammetto: alla quarta volta non sono riuscito a trovare nessuna scusa. E ci sono rimasto un po’ di merda.

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