essi vivonoOmaggio a B.E.E.

Il locale deve essere stato rinnovato negli ultimi mesi.
Il bancone di vetro – illuminato dalle luci dei faretti che pendono dal soffitto – fa risaltare ancora di più le linee squadrate degli sgabelli in pelle bianca e nera sistemati in gruppi di quattro attorno ai tavolini rotondi. C’è un grande specchio triangolare su una parete, e l’insieme – credi – dovrebbe dare l’idea di qualcosa definibile come minimal chic.
O, perlomeno, quello che in un piccolo paese di provincia è l’idea del minimal chic.
E’ strano, perché sei sicuro di essere passato di qui non più di tre o quattro mesi fa, e il locale era una sorta di birreria tirolese, con tanto di panche, tavoli in legno e boccali da litro sistemati sulle mensole.
Sei sicuro che anche le due cameriere che si danno da fare dietro il bancone siano le stesse. Solo che qualche mese fa avevano addosso un completo da Oktoberfest, mentre ora sono entrambe in canottiera nera, minigonna di jeans e stivali.

“Beviamo qualcosa?” chiede S., e vi avvicinate tutti e quattro alla cassa.
C’è un dj in un angolo del locale. Davanti a lui, gruppi di ragazze e ragazzi si strusciano mentre ballano.
Il dj mette un disco sul piatto, urla: “Questa è per voi!”.
Parte la base bombata di bassi. La canzone dice: Love. Sex. American Express. Love. Sex. American Express.
Un tizio in camicia nera e pantaloni bianchi con le sopracciglia rifatte butta in aria le mani e grida: “Mykoooonos!”.
Alla cassa, intanto, le ragazze che avete di fronte ordinano un gin lemon e un mojito.
Poi tocca a voi. S. ordina un gin lemon. P. ordina un gin lemon. R. ordina un mojito.
“Una birra”, dici tu, quando è il tuo turno.
La cameriera in canottiera nera, mini di jeans e stivali aggrotta la fronte, ti fissa come se non avesse capito.
“Una birra”, ripeti. La guardi abbassarsi a controllare dentro il frigo sistemato sotto il bancone.
Ne ha solo in bottiglia, dice. Una sola marca. Corona, va bene?
La  Corona non ti piace.  “Va bene”, dici. “Vada per la Corona”.
La cameriera deve controllare il prezzo sul listino. “Quattro euro”, ti dice poi.
Paghi e ti togli dalla cassa. Dietro di te un tizio ordina un gin lemon e un mojito.
R. guarda la tua bottiglia, ti chiede quasi stupito: “Ma che cazzo fai? Bevi una birra?”.

Stai per rispondere, ma il dj nell’angolo urla: “Su le mani!” e tu ti incanti a guardare i ragazzi in pista che per un attimo smettono di strusciarsi l’uno con l’altra e allungano le braccia sopra la testa.
La musica rallenta per un attimo – in tempo perché tu distingua la voce di una ragazza che urla “Mykoooonos!” – poi ripartono i bassi e il dj lascia scivolare di nuovo il disco sul piatto.
La canzone dice: Po po po po po po po po poker face. Po po po po po po po po poker face.

I ragazzi esultano alzando i bicchieri di gin lemon e mojito e tu ti accorgi di aver finito la tua bottiglia di birra in pochi sorsi. Cos’è, pensi, la quinta della serata?
Ti avvicini di nuovo al banco. La cameriera in canottiera nera, mini di jeans e stivali è la stessa di prima. Poggi la bottiglia vuota sul banco e batti un paio di volte l’indice sul collo di vetro.
“Un’altra” le dici.
La cameriera aggrotta la fronte, ti fissa come se non avesse capito.
“Una birra”, dici allora. Lei si abbassa a controllare dentro il frigo sistemato sotto il bancone.
Ne ha solo in bottiglia, dice. Una sola marca.
“Corona, scommetto”, le dici. “Va bene”.
Metti cinque euro sul banco mentre la cameriera controlla il prezzo sul listino. Dietro di te, intanto, due ragazze chiedono all’altra cameriera un gin lemon e un mojito.

Torni da S., P. e R.. Stanno parlando di una ragazza che balla insieme ad un truzzo in mezzo alla pista. E’ una mora, abbronzata e minuta. Avrà al massimo vent’anni. La guardate muovere il culo fasciato nella mini di jeans e tirare fuori la lingua quando il tamarro, da dietro,  le mette una mano sulle tette.
“C’è un gruppo su Facebook dedicato a lei” dice S.. “In bacheca c’è scritto che fa dei gran pompini”.
“Domani mi iscrivo”, ride P.
“Chi è il cinghiale che balla con lei?” chiedi, puntando la bottiglia in direzione del tamarro. Noti solo adesso che ha le sopracciglia rifatte, nascoste appena dai Rayban a specchio che gli coprono gli occhi.
“Un cinghiale che ha una Z3 parcheggiata qua fuori” ti dice S..
“Avrà vent’anni se va bene”.
“Avrà vent’anni e un papà con un pacco di soldi, probabilmente. E si scopa quel gran pezzo di figa”.
Qualcuno, dalla pista, urla: “Mykonoooos!”.
Il dj prende il microfono per dire “Chi non alza le mani non tromba domani!”.
Mani che si alzano con un urlo. Noti che il tamarro ha le ascelle pezzate.
“Il cinghiale però ha le ascelle pezzate”, dici.
“Ha le ascelle pezzate e una Z3 parcheggiata qua fuori” ti risponde P..
“Beviamo qualcosa?”, chiede R. a S. e P..
“Beviamo qualcosa” dice R.. P. annuisce.
Li guardi avvicinarsi al banco. S. ordina un gin lemon. P. ordina un gin lemon. R. ordina un mojito.

                                                                                                                    *

“Adesso usciamo e ci fumiamo un razzo, d’accordo?” dice S.. “Un bel razzo, di quelli che ti riappacificano con il mondo, d’accordo?”.

 

*

 Quando rientrate non senti più le gambe e la vista ti si è appannata. Quant’era che non fumavi? Un anno? Due? Forse di più. 
E che cazzo vi ha fatto fumare S.? Hai la gola in fiamme.
Hai la gola in fiamme, la vista ti si è appannata e non senti più le gambe. E hai sete.
Adesso ordino un’altra Corona del cazzo, pensi.
Mentre siete ancora sulla porta ti passa di fianco una bionda. Ha una minigonna di jeans e un bel culo.
“Hei, ci sei su Facebook?” le chiede S. mettendosi di fronte all’entrata.
La tipa ride, ma non risponde. Ha una sigaretta tra indice e medio e gli fa segno che deve uscire.
“Eddài, dimmelo! Ci sei su Facebook?” dice S..
“Ci vediamo dopo” dice lei. Gli sventola la sigaretta davanti alla faccia e ride.
S. si sposta e fa una specie di inchino. “A dopo” dice.
Mentre esce le guardiamo il culo.
“Troia” dice S..
“Beviamo qualcosa?” ci chiede P..

Alla cassa le ragazze che avete di fronte ordinano un gin lemon e un mojito.

Poi tocca a voi. S. ordina un gin lemon. P. ordina un gin lemon. R. ordina un mojito.

“Una birra”, dici tu, quando è il tuo turno.
La cameriera in canottiera nera, mini di jeans e stivali – sempre la stessa  -aggrotta la fronte, ti fissa come se non avesse capito.
“Una Corona”, dici. “Hai solo quella, brutta stordita”.
La guardi abbassarsi a controllare dentro il frigo sistemato sotto il bancone.
Ne ha solo in bottiglia, dice. Una sola marca. Corona, va bene?
“Cristo, sì. Dammi ‘sta Corona. Ho la gola in fiamme e non mi sento più le gambe”.
La cameriera controlla il prezzo sul listino.
“Quattro euro, scommetti?”.
“Quattro euro” dice lei, ridendo. “Hai ragione”.

Poi ti dice ancora qualcosa. Ma non senti la sua voce, la vedi solo muovere le labbra al di là del bancone, mentre il dj urla “Questa è per voi!” e alza ancora di più il volume lasciando partire la canzone che dice: Maracaibo, mare a forza nove. Fuggire sì ma dove?
Zazzà!, urla in sincrono tutto il locale. Anche la cameriera, mentre appoggia il tuo resto sul bancone.
“Hai mai visto Essi vivono?” le chiedi. “E’ un horror. Di Carpenter”.
Questa volta è lei a non sentire. Sta guardando il tizio di fianco a te, un tipo con i pantaloni bianchi e un tatuaggio che recita DVX MEA LVX sul bicipite.
“Un gin lemon e un mojito”, dice il tizio di fianco a te.
“Hei, cazzo” dici ancora alla cameriera “ti ho chiesto se hai mai visto Essi vivono! Un horror. Di Carpenter. Dell’ottantotto”.
La cameriera non risponde, impegnata com’è con i bicchieri dei cocktails.
“Troia del cazzo!” urli allora, “ti ho chiesto se hai mai visto Essi vivono di Carpenter!”
Il tizio di fianco a te, il tipo con i pantaloni bianchi e il tatuaggio che recita DVX MEA LVX sul bicipite, ti guarda e scoppia a ridere. Ti batte una mano sulla spalla e dice: “Te sì troppo brusà, vecio! Bevito un ginlemon con mi?”.
Accetti solo perché ti senti la gola in fiamme e le gambe che cedono.
Un secondo dopo tutto il locale urla: Rum e cocaina! Zazzà!

 “Hai mai visto Essi vivono di Carpenter?” chiedi a S., bevendo un gin lemon. “E’ un horror. Di Carpenter. Dell’ottantotto. Spero che tu non sia uno di quelli che pensa che guardare gli horror sia roba da sfigati. Io li ho sempre guardati, gli horror, in ogni caso. E c’è questo film, dicevo – Essi vivono, di Carpenter, dell’ottantotto –, la storia di un tipo che ad un certo punto trova degli occhiali speciali. Se li mette e si rende conto che attraverso quelle lenti le cose gli appaiono come sono veramente. Vede che i cartelloni pubblicitari sono in realtà solo messaggi subliminali e che la città è piena di zombi. E gli zombi sono i ricchi, i lampadati, i fighetti, i politici. La bella gente, capisci? Ed è un horror, cazzo. Dell’ottantotto”.
S. non ti risponde. Ti indica una ragazza nel centro della pista. Ha i capelli corti e una gonna di jeans.
“La vedi quella?” ti chiede. “C’è un gruppo su di lei, su Facebook. In bacheca qualcuno ha scritto che se lo fa mettere nel culo”.

 “Mykonoooos!” urla qualcuno.

 “Beviamo qualcosa?” vi chiede S.

 Il tipo con i pantaloni bianchi e il tatuaggio che recita DVX MEA LVX sul bicipite ti raggiunge.
“Bevito un altro ginlemon con mi?”, ti chiede.
Accetti solo perché ti senti la gola in fiamme e le gambe che cedono.

 Al cesso, su una parete, c’è un quadro con delle foto. In una ci sono le cameriere – le stesse che ci sono al banco – vestite con un completo da Oktoberfest.

“Questa è per voi!” urla il dj e fa partire la canzone.
La canzone dice: Com’è bello far l’amore da Trieste in giù.

 “El problema iè i negri, ‘scoltame mi” ti dice il tipo con i pantaloni bianchi e il tatuaggio che recita DVX MEA LVX  sul bicipite. Poi ordina altri due gin lemon.

 “Beviamo qualcosa?” vi chiede S.

 “Mykonoooos!” si sente urlare.

 “Vado a prendere una boccata d’aria” dici a S. P. e R..

 Esci.

 Nel parcheggio due ragazzi stanno fotografando una ragazzina con una minigonna di jeans che sbocca.
“Domani le mettiamo su Facebook”, ridono.

 La canzone dice: Ma la notte la festa è finita.
Il locale si trasforma in un organismo fatto di una sola voce che risponde: Evviva la figa.

Rientri. Non c’è nessun cartello sopra la porta di ingresso. Ma se ci fosse, sei quasi sicuro che ci sarebbe scritto: Questa non è un’uscita.

 essi-vivono

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