militareIn mensa il dottor G. ti parla di suo nonno, un uomo diventato Cavaliere di Vittorio Veneto dopo aver perso un occhio durante una battaglia.
“Gli hanno dato anche delle medaglie – anzi, più di una” ti dice, “e una volta tornato in paese si presentava ad ogni manifestazione con le sue brave onorificenze appuntate alla giacca. Erano belle medaglie, sai? Davvero delle belle medaglie. D’oro, quasi tutte. Me lo ricordo ancora adesso, mentre girava per la piazza con la giacca buona e tutte le sue medaglie”.

Provi ad immaginare il nonno del dottor G. e subito pensi ad un vecchio esile, lungo, con un paio di baffi curati e lo sguardo severo, accentuato dalla fissità dell’occhio di vetro. Ti accorgi – e la cosa ti fa quasi sorridere – che è molto simile al ricordo che hai del nonno di un tuo amico: aveva anche lui un occhio di vetro e da piccolo la cosa riusciva a spaventarti a morte.
Immaginare il paese – un piccolo centro del Sud Italia di cui non ricordi mai il nome – è invece più semplice: il dottor G. ne tiene una foto in bianco e nero sulla scrivania. E’ lo scorcio di una piazza, con una chiesa sullo sfondo a chiudere l’orizzonte. C’è un viale, qualche palma, e si possono riconoscere le insegne d’inizio secolo di un bar e di un negozio di alimentari.
Suo nonno l’immagini lì, a fare la spola tra la chiesa e il bar, una figura che si confonde tra gli altri uomini con il cappello che si vedono nella foto. Del tutto simile a loro, se non fosse per il carico di medaglie che si porta appiccicate al petto.

 “Comandante!”, “Cavaliere!”, senti dire il dottor G., quando accoglie i suoi ospiti in ufficio.
Ci hai fatto caso: sono spesso poliziotti, ex-carabinieri, cavalieri o commendatori, quelli che lo vengono a trovare. Autorità, insomma.
E al dottor G. piace rivolgersi loro usando la carica che ricoprono o che hanno ricoperto. Un ex-comandante della Polizia sarà comunque il comandante, per lui, anche quando il soggetto è ora un pensionato che rivela di passare il suo tempo a curare l’orto: la cosa che – dice – avrebbe sempre voluto fare, e che ha dovuto trascurare a causa del lavoro.
Quando l’ospite di turno se ne va, il dottor G. rimane un attimo sulla porta, e lo guarda allontanarsi.
Di solito parla molto poco, il dottor G., ma dopo questi incontri freme per raccontare un aneddoto, un dettaglio della chiacchierata o il motivo della visita: parla veloce, coinvolto, e il rispetto che ha per questi conoscenti titolati si riflette spesso sulla percezione dell’aspetto fisico e del carattere.
“E’ un bell’uomo”, l’hai sentito dire in un’occasione dell’ex comandante della Polstrada. “E’ davvero una persona carismatica” ha detto di un vecchio tenente in pensione che era appena passato a trovarlo.

Anche sul lavoro è così: ha un tono tutto particolare quando dice il direttore, in cui ti pare di scorgere una miscela poco amalgamata di rispetto e timore e ammirazione.
Il suo tono cambia mano a mano che si scende di grado: alcuni colleghi vengono semplicemente chiamati per cognome – senza nominare la qualifica -, altri solo con il nome.
I nomi e i cognomi delle persone di cui ha evidentemente un giudizio negativo li pronuncia velocemente, troncando quasi di netto l’ultima sillaba. Come se quelle persone – e di conseguenza i loro nomi e i loro cognomi – non meritassero nemmeno di transitare troppo a lungo sulle sue labbra, e fosse cosa buona eliminarli presto, nel tempo di un soffio.

E poi ci sono le risate.
Il dottor G. non ride mai, di solito.
Non ride delle battute e nemmeno delle cose divertenti che capitano ogni tanto in ufficio. Si volta dall’altra parte e sembra dirti che, per lui, scherzare equivale a perdere del tempo, è qualcosa di assolutamente non necessario.
Lo si sente ridere solo quando è insieme a qualcuno dei suoi ospiti. Dalla porta chiusa del suo ufficio arriva ogni tanto il rumore attutito di uno scoppio di risa, ma molto spesso appare forzato, poco naturale. Poco allenato, diresti, come se il fatto di ridere pochissimo avesse in qualche modo incrinato il meccanismo che fa sgorgare la risata in maniera spontanea e vivace.
Per il resto, il dottor G. parla quasi esclusivamente di lavoro. Si illumina se deve discutere di automobili, e in questo scorgi il barlume d’una passione che si muove al di là del mondo immobile e uguale del suo posto di lavoro.
Ma succede raramente, e non ha trovato in te un compagno ideale, per questo genere di discorsi.
Così, continua a muoversi veloce e agitato lungo i corridoi, o da una stanza all’altra. Sembra che frigga, a volte, e la tenacia e l’ostinazione con cui affronta un lavoro dopo l’altro, senza una pausa o un momento di distrazione, con le dita sempre più veloci e nervose che battono sulla tastiera, ti ricordano il timer di una bomba ad orologeria, qualcosa di fragile pronto ad esplodere da un momento all’altro.

 “Se non mi promuovono entro un paio di anni io me ne vado”, ti rivela il dottor G., durante un viaggio in treno. “Se non salgo di posizione, entro qualche anno torno a fare libera professione”.
E’ la prima volta che il dottor G. ti dice qualcosa che va al di là dei semplici rapporti di lavoro, la prima volta che scorgi  qualcosa nelle sue parole  che somigli ad una confidenza.
Continua a parlare spigandoti chi, secondo lui, negli ultimi anni è stato promosso di grado all’interno dell’Azienda in maniera degna e chi, invece, è arrivato a ricoprire determinati ruoli immeritatamente, grazie a qualche raccomandazione o a qualche gioco sporco a livello politico.
“Per alcuni casi non ci si può fare niente”, dice il dottor G., “ma alcuni posti ce li possiamo ancora giocare in un po’ di persone”.
Dalla valigetta prende dei fogli in cui è riportato lo schema dell’organigramma aziendale, una piramide al cui vertice spicca il nome del direttore generale e, più in basso, scendendo verso la base, i nomi di direttori, dirigenti, capi di dipartimento, responsabili.
Ci sono nomi sottolineati e cerchiati, qualifiche evidenziate, appunti scritti ai lati del foglio con una calligrafia minuta e poco comprensibile.
Il dottor G. ti illustra chi è prossimo alla pensione, chi sembrava voglia cambiare di ruolo, quali sono i posti a rischio con l’ingresso della nuova amministrazione. Ti indica porzioni di foglio con la punta della penna che tiene nella destra, come un professore che debba tenere una lezione.
Sembra averci passato un sacco di tempo, su quei fogli, e quando smette di  parlarti appunta ancora un paio di frasi sotto il nome di un responsabile di dipartimento, già evidenziato e cerchiato più volte in maniera nervosa.

Non parlate più per il resto del viaggio. Dopo un po’, complice il monotono sussultare del treno, ti addormenti.
Sogni, anche: uno di quei sogni brevi eppure vividi, che capita di fare ogni tanto quando si è troppo stanchi.
Sogni il paese, esattamente come si presenta nella cartolina che il dottor G. tiene sulla scrivania. La chiesa, il bar, il negozio di alimentari, le insegne, tutto quanto. C’è una festa o una sagra, e la piazza è piena di gente.
E’ come se stessi guardando un film, e il tuo punto di vista coincide con l’occhio della telecamera. Individui un bambino che si fa spazio tra la folla. Un bambino qualunque, che però sai benissimo essere il dottor G. da piccolo.
Lo segui mentre si infila tra uomini, donne e bambini fino a raggiungere il centro della piazza. Ci sono militari e ufficiali in divisa schierati sui due lati, e una banda di paese – con tanto di ottoni e grancassa – suona sistemata sui gradini della chiesa.
Il bambino cerca qualcuno, in mezzo a quella schiera di persone in divisa. Lo trova, alla fine.
Suo nonno – che nel mio sogno ha di nuovo la stessa faccia del nonno del mio amico e quel terribile occhio di vetro – sta impettito, in mezzo agli altri.
Il dottor G. bambino si ferma a guardarlo, incantato.
Il nonno si accorge di lui e gli strizza l’occhio: giusto un attimo, come se fossero entrambi partecipi di uno stesso segreto.
Il dottor G. sorride, continuando a fissarlo, come se una forza misteriosa tenesse incatenato il suo sguardo:  pensa che le medaglie che il nonno porta sul petto siano bellissime, così luminose e cariche di riverberi, sotto il sole di mezzogiorno di quel piccolo paese del Sud Italia di cui non ricordi mai il nome.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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