Il ragazzo ferma chi esce dal vialetto dell’ospedale.
Davanti a me c’è una coppia: lui cammina a testa bassa, torturandosi una guancia, lei lo precede di qualche passo. Dei due, è lei quella che sembra più decisa e determinata, come a volte sanno essere solo le donne.
Il ragazzo va loro incontro accennando una corsetta. “Buongiorno!” dice, e per salutarli si batte un pugno sul petto, alla maniera dei rappers. “Posso disturbarvi solo un secondo?”.
La coppia continua a camminare, lei fa un gesto con la mano e dice qualcosa che non sento.
“Mi chiamo Marco” insiste il ragazzo, parlando a voce troppo alta, porgendo la mano ai due.
Io scarto di lato, non voglio essere il prossimo ad essere fermato. So benissimo cosa vuole: soldi.
Non mi disturba il fatto che li chieda, così come non mi disturbano i rom che incrocio ogni giorno nel parcheggio e che passano le ore ad elemosinare. Ad alcuni ho lasciato così spesso qualche moneta che quando ci incrociamo ci salutiamo.
E’ solo che del ragazzo mi irrita il modo di fare, questo fare il simpatico, il brillante, l’amicone a tutti i costi.
E’ un’antipatia che sento a pelle, totalmente irrazionale, lo ammetto. E le antipatie che senti a pelle e in maniera totalmente irrazionale sono – grazie a Dio – molto spesso politicamente scorrette, alla faccia del volemose tutti bbene. C’è chi ci riesce, ad essere simpatico a prima vista, mi viene voglia di dirgli. C’è chi ci riesce, ma non è il tuo caso, amico mio. Bastano due battute, per capire certe cose, e tu te le sei giocate con il saluto, l’insistenza e questo tono di voce alto e fastidioso.
“Vi chiedo una cortesia” continua Marco rivolto ai due, “è un brutto periodo per me. Abbiamo tutti dei brutti periodi ogni tanto, giusto?”.
Cammina all’indietro per continuare a guardarli in faccia, gesticola vistosamente e non accenna ad abbassare il tono della voce.
“Sto cercando un lavoro, sapete?” dice. “Solo che non è facile trovarlo”. Si concentra sulla donna, dei due l’unica che sembra ascoltarlo. O forse, più semplicemente, perché è già pronto a lasciar partire la battuta.
“Secondo te”, le chiede “sono davvero così brutto, che non mi danno un lavoro?”.
Ride, e la donna non fa nemmeno in tempo a rispondere perché il ragazzo ha già ripreso a parlare.
“Non è che mi potreste aiutare? Anche uno o due euro vanno bene. Voi rinunciate ad un caffé – che vi fa anche bene – e mi date una mano”.
Di quest’ultima trovata sembra particolarmente fiero e il grande sorriso che gli rimane stampato in faccia rivela gli incisivi scheggiati.
“Non ho un lavoro”, conclude. “Non è colpa di nessuno se non ho un lavoro, giusto?”.
E’ in quel momento che l’uomo smette di passarsi la mano sulla guancia, alza lo sguardo e lo guarda negli occhi.
“Io ho un tumore” gli dice. “Nemmeno questo è colpa di nessuno”.
Rallento e rimango qualche passo indietro, mentre i tre continuano a camminare. E’ uno di qui momenti sospesi in cui mi sembra possa succedere qualsiasi cosa. Che le possibilità siano tutte lì, perfettamente dispiegate, pronte ad imboccare una traiettoria qualsiasi da un momento all’altro.
Guardo il ragazzo. La bocca leggermente aperta, sembra sul punto di parlare, di aggiungere qualcosa.
Non uscirtene con un’altra delle tue battute del cazzo, penso solamente. Non adesso, ti prego.

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