Questo mio raccontino è arrivato terzo al concorso organizzato da Zandegù Editore  in occasione della presentazione torinese di “Mi sento già molto inserito” di Mauro Orletti. Tutte le informazioni le trovate qui.
Il tema era il lavoro precario/stage.

Per me – nonostante il limite delle due cartelle che mi ha fatto impazzire e tagliare un paio di cose che trovavo divertenti – è stato davvero uno spasso scriverlo.
Qualsiasi riferimento a persone e fatti realmente accaduti non è assolutamente casuale. Tutto il resto – ovviamente – è fiction.

 

NELLA REDAZIONE DI PENNINO 

I due giorni senza il Grande Capo – l’uomo chiamato così non solo perché è il nostro boss, ma soprattutto per le dimensioni assurde della sua testa – sono bellissimi.

Se ne è andato in vacanza con un’ex stagista, lasciando la redazione nelle mani di Giò, l’unica tra noi quattro a percepire qualcosa: 200 euro mensili, in cambio dei quali ha barattato tutto il suo tempo libero per la causa di “Pennino”, “la rivista per scrittori esordienti più venduta in Italia”, come recita il sottotitolo in copertina.

Io, ogni volta che ripenso al momento in cui ho cominciato lo stage qui dentro mi vedo come una persona diversa. Più ingenua. Più piccola, in un certo senso. Come se invece di cinque mesi fossero passati anni interi.

Voglio dire, uno inizia uno stage in una rivista letteraria perché crede nel potere della parola, nel fatto che i libri possano cambiarti o salvarti la vita. Perché crede nella scrittura e nel fatto che ci siano direttori eroici che portano avanti un giornale come una specie di battaglia. Una battaglia giusta e condivisibile, a cui vuoi dare il tuo contributo.

Poi scopri che la sede di “Pennino” sono tre stanze (bagno compreso) che fanno da redazione e magazzino. Che c’è un solo pc ad uso esclusivo del boss. Che il Grande Capo non è per niente un tizio eroico, a meno che non giudichiate eroico qualcuno che dirige una rivista e non legge un libro da dieci anni, uno che non vi paga, vi lascia da fare tutto il lavoro e nemmeno vi offre un pranzo quando girate per giorni interi alle Fiere del Libro.

Per cui, nei due giorni in cui il Grande Capo va a dondolare la sua grossa testa con la sua bella su qualche spiaggia non troppo costosa – perché sì, è tirchio da far paura – io, Giò, Beppe e Stella, abbiamo tutto il tempo di parlare e di provare a dare una risposta alle domande che da mesi ci facciamo tutti e quattro: come siamo finiti in questo posto? Perché restiamo? Che senso ha il Grande Capo?

Le risposte, più che soffiare nel vento, sembrano nuotare nella birra: alle quattro del pomeriggio siamo già sbronzi.

“Io sarei una persona responsabile,” dice Giò bevendo dalla sua bottiglia, “ma questo è quello che si merita certa gente: che le si danneggi, quando si può. Per quel che mi riguarda, lavorerò il minimo indispensabile”.

“Questo stage ci sta rendendo delle persone peggiori, dico davvero” fa Beppe.

“Ad andare con lo zoppo si impara a zoppicare” lo interrompe Stella, indicando il posto vuoto al di là della scrivania, dove di solito il Grande Capo perde le giornate a rispondere alle fantomatiche centinaia di mail che riceve ogni giorno.

Nel delirio alcolico che segue mi perdo a pensare a ciò che abbiamo dovuto subire in questi mesi: fare da autisti, pagarci qualsiasi spesa, lavorare nei festivi, dormire in una casa polverosa in cui gli ultimi inquilini avevano abitato nel ’54, solo perché il Grande Capo non voleva affittarci una stanza per una sola notte.

Per cui d’improvviso mi alzo dalla sedia e salgo in piedi sulla scrivania del Grande Capo.

“Dico che è venuto il momento che ci riprendiamo le nostre posizioni!” urlo. Ottengo applausi scroscianti, e mentre dall’alto guardo i miei tre amici che battono le mani penso che fra un mese lo stage sarà finito. Allora mi viene voglia di fare uno di quei discorsi da bar, tipo “vi voglio bene e voi siete la dimostrazione che si possono trovare persone meravigliose anche nelle situazioni più tristi” o cose così.

E quando sto per iniziare a parlare la scrivania sembra d’un tratto farsi di gomma, sbando di lato e mi accorgo di quanto sia precario il mio equilibrio.

Davvero troppo, troppo precario.

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