Luca Macacari, poi, era uno di quei tizi che non hanno voglia di fare nessuno sforzo. Intellettuale, intendo.
Perchè agli sforzi fisici ci si sottoponeva di frequente, quasi con orgoglio: sollevare pesi assurdi, trasportare da solo certi arnesi che normalmente si spostano con il muletto erano la giustificazione precisa del suo fisico possente.
Fare quelle azioni – o esagerarle, quando possibile – lo trasformava, automaticamente, nel più forte del capannone, un titolo che, sebbene non codificato in alcun modo, si era costruito e guadagnato giorno dopo giorno.

Per cui, quando c’era da fare qualche lavoro piuttosto pesante, era logico che si chiamasse Luca Macacari.
“Macacari!” , si sentiva chiamare da un lato all’altro del capannone, “dài che ghè da spostar el bancàl e no gò oja de montar sul muleto!”.
Orcodiona,” poteva rispondere allora Luca Macacari, “ma devo spacarme mi la schena parchè ti no te vol montar sul muleto?”. Ma era già avviato verso il bancale da spostare: lo sollevava e lo trascinava e con quel minuto di show in cui le vene sul collo e sulle tempie gli si gonfiavano in maniera innaturale, aveva ancora una volta sottilineato il suo ruolo.

Comunque, si parlava di sforzo intellettuale.
Così come Luca Macacari non aveva nessuna intenzione di spostarsi dal suo piccolo paese di campagna della provincia veronese, allo stesso modo non aveva nessuna intenzione di andare al di là di un certo limite di sforzo mentale.
Per cui, quando era arrivato in prova , negli stessi giorni in cui io ero là, un ragazzo di colore di nome Usmane, Luca Macacari l’aveva accolto così:
“Come te ciamito?”
“Usmane”, aveva risposto Usmane.
“E cossa vol dir, in italiano?”, aveva chiesto Luca Macacari, aspettandosi che qualunque parola avesse un suo corrispettivo in italiano.
Usmane aveva risposto che non lo sapeva. E che comunque si chiamava Usmane, era quello il suo nome.
Luca Macacari ci aveva riflettuto sopra per qualche secondo.
“Massa fadiga el to nome”, gli aveva detto. “Mi te ciamo Stefano. Te va ben, se te ciamo Stefano?”.
Usmane non aveva risposto, ma era come se avesse accettato.

Così, mentre tutti gli altri operai del capannone lo chiamavano Usmane, ogni tanto, dall’altro lato dell’officina – si sentiva Luca Macacari che urlava: “Stefano! Stefano! Vien qua un minuto!”.
E vedevamo Usmane attraversare di corsa il capannone.

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