Per un periodo, prima di laurearmi, ho lavorato in una fabbrica di piegatura laser di metallo. Come fossi arrivato lì e quale fosse la mia preparazione da operaio, questa è tutta un’altra storia.
Quello che importa è che alla LaserMetal – così si chiamava la fabbrica – ho conosciuto Luca Macacari, ovvero l’incarnazione della veronosità di provincia.
A partire da nome e cognome, con quella ripetizione di C e A e nemmeno una doppia, anche lì dove ti sembrerebbe ovvio ci fossero. Voglio dire, se un tizio ti si presenta con un accento duro e pesante come le sue grosse mani con un “Piacere, Luca. Luca Macacari”, viene lecito pensare che quella mancanza di doppie sia attribuibile unicamente all’inflessione dialettale e che il suo cognome, in realtà, sia Macaccari o addirittura Maccaccari.
Invece no, quando ho la possibilità di lanciare uno sguardo al suo cartellino scopro che si chiama davvero Macacari.

E’ un nome, secondo me, che a suo modo suona molto bene.
Luca Macacari. Luca macacari. Luca Macacari. Luca Macacari.
Provate a ripeterlo un po’ di volte liscio e scorrevole così com’è, senza cadere nel tranello di prolungare più del necessario le C e ve ne accorgerete.
E’ un nome, secondo me, capace di suscitare delle immagini abbastanza vivide, anche.
A me, per dire, dopo essermelo fatto girare in bocca per un po’, ha fatto venire in mente mia nonna. O meglio, mia nonna che quando ero più piccolo e combinavo qualcosa mi richiamava dicendomi “Te sì un macaco!”.
Che, se è uno di quei mezzi insulti pieni d’amore tipici di una nonna quando si rivolge al nipotino, una volta diretto ad un adulto si trasforma in un modo molto gentile di indicare qualcuno un po’ ingenuo e tontolone.

Ora, io non so quanto, magari inconsciamente, mia nonna abbia influito sul mio giudizio complessivo su Luca Macacari.
So solo che Luca Macacari era un omone di due metri con delle spalle enormi e delle espressioni da bambino, capace di gesti infantili e di colossali incazzature.
La sua età anagrafica – quarant’anni compiuti da un pezzo – non gli impediva di rincorrere qualcuno con un’asta di legno per il puro piacere di infilargli l’estremità appuntita tra le chiappe, così come un paio di parole di troppo potevano scatenare una scena drammatica con tanto di urla, insulti e il suo momentaneo abbandono del capannone.

Luca Macacari dava l’impressione di non essersi mai spostato dal suo piccolo paese di campagna della provincia veronese, e come chi non si muove mai aveva finito per assimilare certi concetti e certe idee che non avevano più valore da decenni.
“Fra quanto te laureito?” mi chiedeva.
“Tra un mese” dicevo io.
“E dopo?”
“Eh, dopo si vedrà”.
Luca Macacari stava in silenzio per un attimo.
“Ma dopo diventito perito?” mi chiedeva.
“No” rispondevo io. “Laureato”.
“Quindi non ti diventi mia perito”.
“No, laureato” ripetevo.
“Ah”.
Mi dava il tempo di tirare un paio di viti con il trapano, poi parlava di nuovo:
“Scusame ‘n atimo, ma ti che scole eto fato prima dell’univeristà?”
“Liceo scientifico”.
“E dopo il liceo scientifico non sito mia diventà perito?”.
“No”.
Luca Macacari sembrava non capacitarsene. Tutti quegli anni di studio per non diventare nemmeno perito in qualcosa.
“Eh” diceva “se vede che a ti te piasea studiar”. Lo diceva come se dovesse consolarmi, in qualche modo. Come se, in qualche modo, non essere un perito dopo tutti quegli anni di scuola fosse una specie di handicap.

Infatti, quando ci mettevano a lavorare in coppia mi spiegava tutto con cura, passaggio dopo passaggio, ripetendomi più volte quello che dovevo fare.
“Eto mai messo el poliplurietano drento ‘sti robi qua?” mi chiedeva indicandomi dei grossi tubi di metallo.
No, rispondevo io, mai fatto. Non avevo mai lavorato in una fabbrica di piegatura di metallo, prima.
Anche questo lo lasciava perplesso.
“Ma dove eto laorà prima de vegnar qua?”, mi chiedeva.
Gli dicevo che mentre studiavo avevo fatto diversi lavoretti. Quello che capitava. Avevo fatto il magazziniere, lavorato in un supermercato, fatto il commesso in un negozio di giocattoli. Avevo lavorato anche come operaio in una fabbrica di estintori lì vicino.
“E adesso” mi chiedeva “sito rivà qua con una cooperativa?”.
Gli spiegavo che no, non era una cooperativa. Era un lavoro temporaneo. Che c’erano un sacco di agenzie che proponevano lavori per un periodo di tempo limitato e che io sceglievo qualcosa quando ne avevo bisogno.
“Resterò qui solo per un mese” gli spiegavo.
“E dopo?” mi chiedeva.
“Eh, dopo mi laureo”.
Luca Macacari annuiva poco convinto.
“Sì però” mi diceva poi, “non te diventi mia perito, giusto?”

(continua)

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