Ieri, mentre ero in macchina con Eli, ad un semaforo ci ha affiancato un tamarro.
Finestrino abbassato, braccio sinistro abbandonato lungo la portiera tirata a lucido, ascoltava un brano rap ad altissimo volume. Non appena si è accorto del minimo interesse – be’, interesse non è la parola esatta – che la sua figura suscitava su di noi, ha armeggiato con l’autoradio e ha cambiato brano.
Un secondo più tardi, dai finestrini aperti, ad un volume se possibile ancora maggiore, è uscita una canzone truzza da discoteca così satura di bassi da far sobbalzare la macchina e così oscena da far sobbalzare il mio sensibile animo da rocker.
“Bene così” ho detto.
Eli ha riso.
Poi è scattato il verde. Il tamarro è sgommato via, lasciandosi dietro una scia che sapeva di pneumatico bruciato e – grazie a Dio – anche quella terribile canzone.
“Spiegami in che senso il connubio uomo-macchina attrae le donne” ho chiesto allora ad Eli. “O, almeno, in che modo dovrebbe farlo”.
“Secondo me non funziona”, ha detto Eli. “Di sicuro non nel caso del tamarro e della sua auto”.
Intanto, mi è venuto in mente il dottor T..

Quando lavoravo per il dottor T., con il dottor T. non parlavo praticamente mai.
O meglio, non parlavo di niente che non riguardasse il lavoro.
Quando non era preso dall’ansia di scadenze e consegne che lo rendevano agitato in maniera innaturale, allora il dottor T. poteva anche concedersi qualche parola su argomenti non lavorativi. Se succedeva, si finiva sempre per parlare di automobili e – in particolare – della sua automobile: un’Alfa, rossa fiammante, che aveva trovato usata. “Un affare”, mi aveva detto.

Ogni tanto, per lavoro, eravamo costretti a brevi trasferte. Ci muovevamo quasi sempre con la sua macchina, anche se avremmo potuto prendere un treno. “Ma così rientriamo prima in ufficio”, mi aveva spiegato il dottor T..
La prima volta che ero salito sulla sua auto – sedili in pelle, cruscotto lindo, un sottile profumo di Abre Magique che si spandeva nell’abitacolo, anche se l’Abre Magique, in realtà, non c’era – il dottor T. si era messo a spiegarmi tutte le caratteristiche della sua macchina, con certi virtuosismi da Quattroruote che mi mettevano a disagio e che non sapevo come commentare.
Poi, passate in rassegna le peculiarità del motore, si era dedicato all’illustrazione degli optional. Tra questi, uno in particolare lo rendeva oltremodo orgoglioso: in poche parole, entrato in macchina e inserito un codice sul display dell’autoradio, il suo cellulare veniva preso in gestione dall’auto (immagino che possa esistere un termine tecnico per questo processo, ma ovviamente non lo conoscco, e non mi pare il caso di perdere tempo per fare ricerche). In caso di chiamata il volume dell’autoradio si abbassava, gli squilli passavano attraverso le casse e, premendo un tasto sul volante, poteva parlare direttamente in vivavoce, anche se il telefono era in tasca o infilato nella valigetta.
“Fantastico” avevo commentato io. Anche perchè mi rendevo conto che era l’unico argomento che mi permettesse di partecipare in qualche modo alla conversazione. Non sono mai stato un esperto di motori – proprio per niente – e quel dettaglio mi sembrava alla mia portata.
“Fantastico” avevo ripetuto di nuovo.
“Fantastico. E utilissimo” aveva aggiunto il dottor T..
C’erano altre cose che doveva farmi vedere. Il mio entusiasmo – evidentemente ben simulato – doveva averlo contagiato. Poi eravamo arrivati a destinazione.

Qualche mese più tardi. La trasferta era dovuta ad un corso di aggiornamento.
In macchina, oltre a me e al dottor T., c’era anche L., una quarantenne di bell’aspetto che ricordava in qualche modo Meg Ryan prima che si rovinasse a colpi di interventi chirurgici.
Il dottor T. le aveva aperto la portiera e l’aveva fatta accomodare sul sedile anteriore. Io ero stato confinato sul retro, insieme ai documenti di lavoro.
Procedevamo – rispettando rigorosamente i limiti di velocità – in una mattinata di nebbia.
“Hai caldo? Freddo? Se vuoi posso regolare da qui la temperatura interna” aveva detto il dottor T. a L., premendo un bottone sul cruscotto e mostrandole come bastasse un semplice tocco di dita per alzare o abbassare la temperatura.
“Non c’è bisogno, grazie. Va bene così”, aveva risposto lei.
La radio era sintonizzata su una di quelle stazioni che mandano a rotazione solo grandi successi italiani del passato. Su quella decisione, il dottor T. non aveva chiesto il parere a nessuno.
Massimo Ranieri, Dino, e la mattinata nebbiosa stavano dando i loro effetti: gli occhi mi si chiudevano senza che potessi farci nulla.
“Se vuoi posso metterti il riscaldamento direttamente sul tuo sedile. Sedile riscaldato. Posso fare anche quello, da qui” aveva detto il dottor T. a L..
L. aveva scrollato la testa. “Non c’è bisogno, grazie”.
Il dottor T. aveva stretto la mascella e mi aveva guardato per un attimo dallo specchietto retrovisore. Santo cielo, come mai questa donna non sembra colpita da questa macchina?, sembrava chiedermi la sua espressione stupita.
Avevo guardato fuori dal finestrino, gli occhi a mezz’asta. La nebbia si mangiava i campi che costeggiavano la strada.
“Massimo!” mi aveva risvegliato dopo qualche minuto il dottor T.. Quando era in agitazione ogni tanto sbagliava pure il mio nome. Non lo correggevo nemmeno più. “Massimo” mi aveva chiesto, “è lì dietro il mio cellulare?”.
Si era messo a tastarsi le tasche della giacca e dei pantaloni in maniera melodrammatica, enfatizzando i movimenti.
“Qui dietro non c’è” avevo detto spostando un paio di cartelline piene di documenti. Il dottor T. era un tipo metodico e mi sembrava strano che il cellulare non fosse nella tasca interna della giacca, dove lo metteva sempre.
Il dottor T. si era palpato ancora per un po’.
“Chiamami”, mi aveva detto poi.
L’avevo chiamato con il mio cellulare. La voce di Al Bano era sfumata e uno squillo amplificato si era sparso per l’abitacolo. Il mio nome – corretto, questa volta – era apparso sul display dell’autoradio.
“Ah! Ma allora c’è da qualche parte questo benedetto cellulare!” aveva esclamato sollevato il dottor T.. “Grazie, Massimo, poi lo cerchiamo”.
Si era voltato in direzione di L.. Immagino s’aspettase di trovarla stupita di quel prodigio, ansiosa di chiedere spiegazioni: ma come, il suo cellulare direttamente collegato con l’autoradio?
L. era rimasta perfettamente indifferente.
“Quando entro in macchina”  le aveva spiegato dopo qualche secondo di silenzio il dottor T., “mi basta inserire un codice e il telefono mi passa direttamente in vivavoce, attraverso l’autoradio”. E poi: “Guarda. Massimo, prova a richiamarmi”.
Diosanto, avevo pensato. L’avevo richiamato. Ancora una volta gli squilli – fastidiosi e fuori posto – avevano rotto il silenzio dell’abitacolo.
“Hai sentito?” aveva chiesto il dottor T. a L., indicandole con l’indice prima l’aria circostante e poi il mio nome che scorreva sul display.
“Ah”, aveva risposto L.. Nient’altro.
Il dottor T. non aveva più detto nulla.
Al Bano, intanto, aveva ripreso a cantare: diceva che la felicità è la pioggia che scende dietro le tende, la felicità.

Poi mi addormento. Faccio uno di quei sogni brevissimi in cui entrano parole e rumori e suoni del mondo reale.
Nel sogno, ci sono io che faccio uno squillo nella macchina del dottor T.. L., sul sedile davanti, come di fronte ad una specie di comando, si sfila jeans e mutandine e poggia il suo bel culo sul sedile in pelle. Riscaldato. Il dottor T. sorride soddisfatto.
Mi sveglio di soprassalto, nel momento esatto in cui arriviamo alla sede del seminario.

La sera, riportiamo L.. alla sua auto, poi il dottor T. mi allunga verso il parcheggio dove ho posteggiato la mia modestissima Clio.
Mentre sto per scendere gli arriva una chiamata. D’istinto, il dottor T. recupera il cellulare dalla tasca interna della giacca. Poi si blocca, lo infila nuovamente nella tasca e compone il codice sull’autoradio.
Chiudo la portiera e lo saluto con un cenno.
Mentre riparte, attraverso i finestrini chiusi, sembra che stia parlando da solo.

Questa mattina ero da mia nonna.
Lei era impegnata nelle faccende di casa, mentre io stavo scrivendo un articolo sul portatile.
Fuori, una bella mattinata di sole di inizio aprile.
Ad un certo punto abbiamo sentito una tortora fare il suo verso. Non so se avete presente il verso della tortora. Qualche volta uno nemmeno ci fa caso, se qualcuno non glielo fa notare. Su internet ho trovato scritto che i poeti hanno fatto del canto della tortora un simbolo dell’amore e il monotono tubare del maschio è stato interpretato come una solenne dichiarazione d’amore e di fedeltà. Ma questo l’ho scoperto dopo, quindi non vale.

Ad ogni modo, io scrivo sul portatile, mia nonna è impegnata con le faccende di casa e questa tortora, fuori dalla finestra, sotto il sole di una bella giornata di inizio aprile, continua a fare il suo verso.
Non credo che mia nonna sappia qualcosa del fatto che i  poeti hanno fatto del canto della tortora un simbolo dell’amore e che il monotono tubare del maschio è stato interpretato come una solenne dichiarazione d’amore e di fedeltà. Credo che non ne sappia niente, ma dopo un po’ che questa tortora sotto il sole di inizio aprile continua con il suo verso, mi chiede: “La senti la tortora, là fuori? Sembra proprio che dica re-si-sti! Re-si-sti!“.

E io allora smetto di scrivere il mio articolo sul portatile e mi metto ad ascoltare. Non so se l’avete presente, il verso della tortora. Qualche volta uno a certe cose nemmeno ci fa caso, se qualcuno non gliele fa notare. Mi metto ad ascoltare ed è vero: certe mattine di sole di inizio aprile, fuori dalla finestra, ci sono delle tortore che sembrano proprio dire così: re-si-sti! Re-si-sti!

                                                                        1.

(…) Ho ammazzato i miei genitori perché usavano un bagnoschiuma assurdo, Pure & Vegetal.
Mia madre diceva che quel bagnoschiuma idrata la pelle ma io uso Vidal e voglio che in casa tutti usino Vidal.
Perché ricordo che fin da piccolo la pubblicità del bagnoschiuma Vidal mi piaceva molto.
Stavo a letto e guardavo correre quel cavallo.
Quel cavallo era la Libertà.
Volevo che tutti fossero liberi.
Volevo che tutti comprassero Vidal.

Poi un giorno mio padre disse che all’Esselunga c’era il tre per due e avremmo dovuto approfittarne. Non credevo che includesse anche il bagnoschiuma.
La mia famiglia non mi ha mai capito.

Da allora mi sono sempre comperato il bagnoschiuma Vidal da solo, e non me ne è mai importato nulla che in casa ci fossero tre confezioni di Pure & Vegetal alla calendula da far fuori.
Anzi quando entravo nel bagno e vedevo appoggiata al bidè una di quelle squallide bottiglie di plastica non potevo fare a meno di esprimere tutta la mia rabbia, rifiutandomi di cenare con loro.

Non tutto può essere comunicato.
Provatevi voi a essere colpiti negli ideali. Per delle questioni di prezzo, poi. Stavo zitto.

Mangiavo in camera mia, patatine e tegolini del Mulino, non volevo più nemmeno vedere i miei amici: fingevo di non esserci, quando mi chiamavano al telefono.

Giorno dopo giorno mi accorgevo di quanto mia madre fosse brutta.
Avevo una madre che non avrebbe mai potuto candidarsi in politica, con le vene varicose e le dita ingiallite dalle sigarette.
Mia madre mi faceva schifo e mi chiedevo come era possibile che da bambino la amassi.
Mio padre diventava sempre più vecchio anche lui.
Era davvero arrivato il momento di ammazzarli.

Una sera uscii dalla mia camera e dissi loro che avevo deciso di eliminarli.
Mi guardarono con i loro occhi da vecchi e, stupiti forse dal fatto che gli rivolgessi la parola, mi chiesero perché.
Dissi che dovevano cambiare bagnoschiuma, almeno.
Si misero a ridere.

Allora salii in camera e presi la lattina di pomodori pelati che mi ero nascosto sotto il letto per mangiarmeli di notte.
Tornai in cucina e chiusi la porta a chiave.

Urlai a mia madre che era una schifezza di persona e che si sarebbe dovuta fare asportare l’utero prima di concepirmi.
Mio padre si alzò di scatto cercando di darmi una sberla ma io gli tirai un tale calcio nei testicoli che cadde a terra senza respirare.

Mia madre si avventò piangendo su di lui, urlando cose sconnesse che la rendevano ancora più vecchia e ridicola. Le affondai il coperchio di latta tagliente sul collo, uscivano litri di sangue mentre gridava come un maiale.
Poi ammazzai mio padre con il coltello dei surgelati. (…)

(Aldo Nove, Superwoobinda, Einaudi, 1998)

2.

Accoltella il padre dopo un litigio per la Playstation

Padre e figlio giocano al calcio con la «Playstation 2». Poi, discutono. Litigano. E il figlio colpisce il padre alla gola con un coltello lungo 40 centimetri. Solo l’intervento chirurgico d’urgenza alle Molinette ha salvato Fabrizio, 46 anni, che ha rischiato di morire per mano del figlio Mario (il nome è di fantasia), 16 anni compiuti da pochi giorni. Il giovane è stato arrestato dagli agenti della «Squadra Volante», dopo aver consultato il pm della procura per i minori di Torino. Il padre è ancora ricoverato in ospedale. I medici si sono riservati la prognosi, una precauzione dopo il delicato intervento di tracheotomia, un foro nella laringe (potrebbe diventare permanente) per facilitare la respirazione.

E’ stato proprio il giovane a ricostruire la vicenda, negli uffici della polizia. Con lui c’era la madre Monica, 48 anni. «Erano quasi le 13. Giocavo con mio padre a “Fifa 2009”, un gioco di calcio per la “Playstation”. Ma lui continuava a insistere sulle regole», ha raccontato il giovane. Già, le regole. Il padre vuole imporle, il figlio si ribella: «La “Playstation” è mia e faccio come mi pare». Il tono di voce cresce, in un attimo il ragazzo passa agli insulti. Il padre si spazientisce. Per affermare il proprio ruolo decide di interrompere il gioco in modo brusco: sfila dal retro della tv il cavo di collegamento con la console.

Schermo buio, Mario si alza di scatto e va in cucina. Apre un cassetto, prende il coltello da salumi (lungo 40 centimetri, almeno 23 di lama), torna in salotto e colpisce il padre alla gola. Un taglio lungo 10 centimetri, profondo, orizzontale, sotto l’osso ioide, arriva a recidere l’epiglottide. Poi, Mario torna in cucina, lava il coltello sotto l’acqua nel lavello e lo appoggia sullo scolapiatti.

In cucina c’è la madre del ragazzo. Prepara il pranzo. «Non ho fatto caso a mio figlio», ha spiegato alla polizia. L’ha visto prendere il coltello, ha visto che si dirigeva verso il salotto, ma non ha collegato quel gesto con la lite di pochi attimi prima. Intuisce qualcosa quando Mario torna a lavare il coltello. Corre in salotto, il marito le viene incontro, i vestiti pieni di sangue e la mano destra premuta contro la gola squarciata. Prende il telefono, chiama il «118». Mario si è rintanato in camera, ha chiuso la porta, ma senza usare la chiave. Dalla centrale del soccorso medico la telefonata rimbalza alla sala operativa della polizia. L’ambulanza arriva in pochi minuti. La corsa in ospedale, l’intervento d’urgenza. A metà pomeriggio i medici avvisano la polizia: «E’ salvo».

In quel momento, gli agenti sono impegnati a raccogliere le dichiarazioni del figlio. Parla in presenza della madre. Entrambi sono calmi. Gli investigatori non riescono a capire come una discussione tra padre e figlio per un videogioco possa trasformarsi in tragedia. Scampata solo per la rapidità di intervento dei medici. Pochi minuti di ritardo avrebbero trasformato Mario in un assassino. Per questo, il magistrato ha concordato con i poliziotti l’arresto del giovane. Il fatto è grave. Serviva un freno. Per distinguere la realtà dalla finzione. E per far riflettere un ragazzino sulle conseguenze delle proprie azioni. Questa volta, non basterà premere un pulsante per cancellare una brutta avventura.

(www.lastampa.it, 25 gennaio 2010)

0.
“Ho sempre fatto vacanze in economia, sono abituato ai posti spartani”. E’ una frase di Massimo Tartaglia – l’attentatore (e il corsivo è quanto mai voluto) di Silvio Berlusconi – che ho letto quasi un mese  fa, riportata su uno dei settimanali più venduti in Italia. Una frase che Tartaglia ha detto dal carcere di San Vittore. Sulle prime – lo ammetto – ho riso: ho pensato che fosse una grande battuta, degna di un ottimo comico. Voglio dire, se Tartaglia fosse stato pienamente consapevole del suo gesto e una volta in carcere se ne fosse uscito con una frase del genere, sarebbe stato davvero qualcosa di memorabile. Ma un attimo dopo aver riso mi sono vergognato: perché Massimo Tartaglia non è un comico e nemmeno una persona pienamente consapevole della portata del suo gesto, ma un uomo con  dei problemi di salute accertati. E dietro questa frase c’è forse da leggere qualcosa di più profondo e di più tragico.

1.
Cosa ne so io, di Massimo Tartaglia? Niente, in definitiva. Non più di quello che è stato riportato dai giornali e che ho trovato sulla rete. Non più di quello che ci hanno voluto far sapere, in qualche modo. La sua frase mi è rimasta sullo stomaco e lì è rimasta per settimane, a fermentare e a farmi lavorare di fantasia, dando origine a questi appunti fuori tempo massimo. Dico farmi lavorare di fantasia perché – in mancanza di informazioni più precise – non ho potuto fare a meno di pensare a Tartaglia come ad un personaggio di un racconto. Bene: ho usato i pochi dettagli a mia disposizione e ho messo il mio personaggio nel vuoto di una cella di San Vittore. Il mio personaggio di quarant’anni ha detto: “Ho sempre fatto vacanze in economia, sono abituato ai posti spartani”. Quante persone – ho pensato – fanno vacanze in economia? Molte, io compreso. E delle stanze in cui ho soggiornato non ricordo praticamente nulla. Qualche immagine confusa di lenzuola sporche e camerate piene in qualche ostello. Tutte cose che vengono cancellate in fretta e che passano in secondo piano se sei in compagnia di qualche amico o della tua ragazza. Quand’è – mi sono chiesto allora – che si ha tempo per guardare davvero una stanza, per rendersi conto di quanto sia spartana? Quando si è soli, ho pensato. Quando, anche in vacanza, si passa troppo tempo chiusi dentro quattro mura. E perché qualcuno dovrebbe passare del tempo da solo, anche in vacanza? Perché ha qualcosa per cui non viene accettato.  Il mio lavoro sul personaggio era praticamente quasi finito: un uomo solo, di circa quarant’anni. L’ho anche immaginato in uno di quei minuscoli appartamenti delle località di mare. Esce poco, solo per fare la spesa e per passare qualche ora in spiaggia. Non parla quasi mai con nessuno. Si accorge che la gente lo tratta come un tipo strano. Non gli capita solo lì, gli capita anche quando è in città. Poi lo rinchiudono in una cella e lui non ci trova troppa differenza dai posti in cui ha passato le vacanze. Quante persone – mi sono chiesto – arrivano a pensare alle vacanze a qualcosa di simile ad una prigione?

2.
Di Massimo Tartaglia si è parlato poco, dopo il 13 dicembre. Le immagini esistenti riprendono  solo la sua espressione spaventata al momento del fermo. L’attenzione si sposta immediatamente su Silvio Berlusconi. Il presidente del Consiglio, dopo essere stato colpito al volto, entra in macchina e ne esce poco dopo. Esce con il chiaro intento di farsi fotografare ferito e sanguinante. Le foto fanno il giro del mondo e Berlusconi riceve la solidarietà di chiunque, nonostante il suo sia un gesto calcolato, probabilmente la mossa più geniale di tutti i suoi anni di governo. Una mossa che probabilmente gli permetterà di vincere ancora alle prossime elezioni. Berlusconi sa bene quanto sia forte il potere dell’immagine, conosce la forza dell’apparire: tutta il suo impero è fondato su questo. Dai programmi televisivi Mediaset al trapianto di capelli, dal cerone al sorriso a trentadue denti, dalle battute al lifting, tutto il suo potere è stato costruito sull’apparenza. L’apparenza di un uomo forte e vincente, che si è costruito da solo e che per questo ha, anche, molti nemici invidiosi: i giudici, la sinistra italiana, tutti coloro che osano contraddirlo.

3.
La solidarietà unanime a Silvio Berlusconi è stata la vittoria totale del berlusconismo. Per berlusconismo intendo una manovra ampia, durata decenni, che ha stabilito la vittoria dell’apparenza su tutto il resto. Berlusconi non ha vinto con le elezioni del 1994, ma molto prima, a partire da programmi come Drive In. Ha imposto un modello di uomo vincente, uno stile di vita che nel bene e nel male ci ha condizionato e continua a condizionarci. La televisione decide cosa è importante e quello che non passa sullo schermo scivola naturalmente in secondo piano. Per questo – credo – di Massimo Tartaglia non si è più saputo niente. Parlarne avrebbe significato renderlo vero, riconsegnargli una sua dignità, forse comprendere il motivo del suo gesto.

4.
Il berlusconismo, che si regge sull’apparenza, confina tutto ciò che può dare fastidio nell’invisibilità. In modo particolare alcune scelte di governo – sull’immigrazione e sulla prostituzione, per esempio – adoperano appieno questo metodo. Non si cerca di affrontare la questione alla radice, ma si cerca di nascondere le loro espressioni più visibili. Per questo ci si accontenta che un campo nomadi non venga costruito vicino alla propria città, o che le prostitute non battano lungo i viali. Si parla di sicurezza e di decoro, ma la verità è che, assuefatti al berlusconismo, ci siamo convinti che ciò che non vediamo direttamente, in realtà, non esiste.

5.
Non parlare di Massimo Tartaglia è una scelta che va in questa direzione. Tartaglia era un invisibile e deve rimanere un invisibile. Tartaglia rappresenta l’uomo sconfitto, chi – nel sistema perverso del berlusconismo – ha perso: solo, malato, strano per i canoni che ci sono stati imposti negli ultimi decenni. Tartaglia è una vittima del berlusconismo, ma non si accontenta di scontare la sua colpa: passa all’azione, per quanto il suo gesto possa non essere condivisibile. In qualche modo potrebbe essere un esempio per qualcun altro. Cancellarlo e relegarlo nel dimenticatoio fa sì che il suo gesto – che non ha il potere di trasformarsi in apparenza tanto quanto il volto sanguinante del Premier, rimbalzato in tutto il mondo – risulti inutile, e ci convinciamo che un altro gesto simile, che vada cioè nella direzione di scalfire il berlusconismo sia un tentativo destinato a fallire. E in tutto questo la cosa più tragica e tremenda è che non ci preoccupiamo dell’invisibilità di Tartaglia, perché Tartaglia dà fastidio anche a tutti noi – tutti quanti – perché dimostra che il regno dell’apparenza del berlusconismo è fragile e pronto a rompersi da un momento all’altro. E in qualche modo, a questo sogno televisivo lungo venticinque anni – più o meno consapevolmente – abbiamo creduto e continuiamo a credere tutti quanti.

In un bagno, su una nave diretta in Grecia, scoprirai che non è male lavarsi i denti di prima mattina guardando fuori da una finestra il mare aperto.

Ma ci vorrà ancora qualche ora. Per adesso, sei in un bagno, su una nave diretta in Grecia, per la cosa più semplice.
Per cui, in piedi davanti al water, chiuso nel cubicolo in cui quasi non ci si riesce a muovere, fai quel che devi fare.

Sopra la tazza c’è un adesivo. C’è scritto:
PLEASE DON”T THROW THE TOILET PAPER IN THE TOILET BASIN. USE THE SPECIAL WASTE BASKET.
Più in basso, la stessa avvertenza è riportata in altre lingue, accanto alla bandierina corrispondente.
Vicino al tricolore leggi:
PREGO, NON GETTARE LE CARTE NEL BACINO. USARE IL CANESTRO SPECIALE DEI RIFIUTI.

Per cui è in un bagno, su una nave diretta in Grecia, che scopri che certe avvertenze vengono tradotte con il traduttore automatico che si trova su Internet.

Riporto qui il pezzo di Luigi Bernardi – intitolato “Assassinio in villa” – pubblicato sul numero 6 della rivista ANIMAls, nella rubrica Cronache Infedeli.
Lo trovo bello ed efficace, in grado di dire molte più cose di tanti commenti.

ASSASSINIO IN VILLA

Lo diceva anche Enrico Mentana: state attenti agli albanesi che vanno a rubare nelle villette, sono così feroci che possono uccidere. Lo hanno fatto tante volte, lo faranno ancora. Giovanni lo sa che i ladri sono pericolosi e possono pure uccidere, lo sa anche se non saprebbe distinguere un albanese da un avellinese, e la sua più che una villetta potrebbe definirsi una normale csa di campagna. Giovanni lo sa e dorme con almeno mezzo occhio e mezzo orecchio aperti. Di solito non succede niente. Ma ‘di solito’ è una frase della quale non ci si può fidare; nessun ‘di solito’ ha mai evitato una tragedia.

Giovanni si è inventato un antifurto artigianale, ci ha pensato a lungo e finalmente ha avuto l’idea: un pentolino con dentro una bottiglia di vetro, sul davanzale della finestra della cucina. Chi passasse di lì, scavalcando, farebbe cadere la bottiglia, e Giovanni sentirebbe il rumore, inequivocabile perchè solo un ladro può entrare in una casa attraverso la finestra della cucina.

Questa notte, Giovanni sente il rumore della bottiglia che va in frantumi. La pistola calibro 22 la tiene nel comodino, stringe il calcio fra le dita ancora prima di alzarsi. Sussurra alla moglie Giacinta di non muoversi, esce dalla stanza. Chiama suo figlio Alfredo che abita al piano di sopra, telefona anche ai carabinieri. Comincia a perlustrare la casa, pronto a sparare contro il ladro o la banda di ladri. Non trova nessuno, esce, tira tre colpi in aria, una specie di avvertimento contro il nemico invisibile. Gli pare di sentire ancora dei rumori, rientra in casam, va in camera da letto: c’è un’ombra dietro la tenda, un’ombra solida, come di qualcuno che si nasconde, pronto a balzare fuori e colpire. Giovanni lo anticipa: spara, spara tre colpi uno dietro l’altro. La mira è perfetta, l’ombra si affloscia e stramazza sul pavimento. E’ in quell’istante che Giovanni lancia un’occhiata al letto matrimoniale: sua moglie Giacinta non c’è, non è dove dovrebbe essere. E’ invece dove non dovrebbe essere: a terra dietro la tenda della finestra, crivellata da tre colpi di pistola. Doveva essersi spaventata, Giacinta, così spaventata da non riuscire a rimanere sdraiata a letto: la tenda dev’esserle sembrata un riparo più sicuro.

Giovanni non resiste alla scena, si punta la pistola addosso ma ha finito i colpi. Corre a caricare un vecchio fucile a pallettoni, i carabinieri arrivano in tempo per evitargli il suicidio. <<Le avevo detto di non muoversi>>, si giustifica Giovanni. <<L’amava come il primo giorno>>, incalzeranno amici e conoscenti. Giacinta era la seconda moglie di Giovanni, una honduregna di cinquantatrè anni, diciotto meno di lui, conosciuta alla fine di un matrimonio difficile, che l’aveva caricato di quattro figli.

Giovanni lo condanneranno per omicidio colposo, ma non lo metteranno in galera. Lo lasceranno lì, a marcire nel rimorso, nella sua casa che non è una villetta, in un paese dove di albanesi se ne vedono pochi. Non passerà giorno in cui non penserà a Giacinta, a quella tenda e a quella maledetta paura dei ladri. I ladri possono rubare delle cose, anche cose importanti. L’anima invece uno se la ruba da solo, magari con l’aiuto di un telegiornale. Quanto alla bottiglia caduta dal davanzale, una risposta Giovanni non se la saprà dare mai. Forse un animale, forse il diavolo in persona, venuto a verificare quanto sia ormai seccante dannare persone che si dannano da sole.

[Luigi Bernardi, "Assassinio in villa". Da ANIMAls numero 6, pagina 93, novembre 2009, Coniglio Editore]

http://persecutorio.iobloggo.com/110/evviva-i-materiali

Punto 11.

Io e Eli ci svegliamo praticamente nello stesso momento, quando il tizio comincia ad urlare troppo forte.
Le luci mi fanno male agli occhi e mi ci vuole un attimo per rendermi conto dove sono. All’interno della nave della Anek Lines. Di ritorno dalla Grecia. Sdraiato su un materassino gonfiabile. Provavo a dormire, fino a qualche secondo fa.

“Where is the problem, eh?” urla il tizio ad un ragazzo con i capelli ingellati e la divisa della Anek Lines. “Tell me where is the problem”.
Le parole gli escono lente e impastate e – immagino – accompagnate da qualche spruzzo di saliva poco simpatico. Non ci vuole molto a capire che è ubriaco.
Il ragazzo con i capelli ingellati mantiene un tono di voce più basso, lo invita a fare silenzio.
“Silence, please”, gli dice. “It’s four o’clock in the morning”.

C’è qualche altro scambio di battute che, dalla mia postazione sul materassino, non riesco a decifrare. Sto quasi addormentandomi di nuovo, quando il tizio ricomincia ad urlare e la conversazione prende una piega assurda.
“I don’t no respect you”, dice il tizio al ragazzo ingellato.
“You don’t respect me?” chiede il ragazzo.
“No, I say I don’t no respect you, so why you treat me like that?”.
“Why you don’t respect me?”.
“I say I don’t no respect you”.
“Why you don’t respect me?” chiede di nuovo il ragazzo ingellato.
“I don’t no respect you”, scandisce il tizio. “So, why you treat me like that?”.

“Credo che voglia dire che non gli sta mancando di rispetto” provo a spiegare ad alta voce a me stesso e ad Eli. “Tipo I don’t uguale Io non, e no respect you non ti sto non rispettando. Sì, credo che nella sua testa la frase che ripete di continuo dovrebbe suonare più o meno come Io non ti sto non rispettando“.
“Perchè non dormi invece di fare ricerche linguistiche sugli ubriachi?” mi chiede Eli.
Sto per risponderle, quando il tizio, con un colpo di genio, finalmente lo dice.
“I respect you”, lo sento dire al ragazzo ingellato della Anek Lines, che pare tranquillizzarsi. Parlano ancora un po’, ad un livello di voce decisamente più basso.
“Vedi che avevo ragione?” dico a Eli. Eli non risponde, si è già riaddormentata. Mi sistemo di nuovo sul materassino gonfiabile. Chiudo gli occhi.

Può passare un minuto o forse un’ora intera: sono stanco e senza orologio e quando chiudo gli occhi perdo completamente la cognizione del tempo.
“Why you treat me like that?” sta urlando di nuovo il tizio al povero ragazzo ingellato. “You’re not a policeman, right? Are you a policeman? No. So why you treat me like that?”.
Mi metto di nuovo a sedere sul materassino.
“Ancora?” borbotta Eli.
“Ancora” dico io.
“Silence, please” dice il ragazzo della Anek Lines.
“You’re not a policeman” risponde il tizio.
“Please, sir. Silence”.
“Why you treat me like that? Answer me. Why you treat me like that?”.
“Calm down” dice il ragazzo ingellato.
“Calm down?” ripete il tizio. “You tell me calm down?”. Adesso sta davvero urlando. Attorno a noi emergono teste assonnate dai sacchi a pelo e da sotto le coperte stese a terra.
Eh, ti ha detto calm down, penso io. Mica è un insulto.
“You tell me calm down?” urla di nuovo, completamente incendiato, il tizio. Così forte da riuscire a svegliare il padre di famiglia arabo steso vicino a noi, che dorme ininterrottamente, russando, da più di dieci ore.
“Calm down? Calm down nu grandissimo cazzo!” sbraita il tizio alla fine. Poi si allontana, lasciando senza parole  il ragazzo ingellato.

Il padre di famiglia arabo guarda in direzione del tizio strofinandosi gli occhi, poi verso di me.
Cazzo” dice passandosi una mano sulla patta. “Italiano“, e indica il tizio ubriaco che se ne sta andando.
Poi si batte tre volte, lentamente, l’indice sulla tempia.
Provo a sorridere e annuisco. Mi sistemo di nuovo sul materassino, tirandomi la coperta fin sopra gli occhi.

 

 

piccioni-filaLa sfiducia di una nazione nei confronti della tecnologia si misura in stazione.
Questa mattina, in Centrale a Milano, ci saranno state una settantina di persone in fila agli sportelli dei biglietti (ho avuto tutto il tempo di contare, in attesa del mio regionale. La povertà della fascia giovanile under 30 di una nazione si misura anche da quanto tempo sei disposto a perdere nell’attesa del treno più economico pur di risparmiare qualche euro, ma questo – mi accorgo – è tutto un altro discorso).

Settanta persona in fila agli sportelli, dicevo. E, qualche passo più in là, le macchinette del biglietto veloce praticamente vuote. Mi sono diretto lì, a fare il mio biglietto. Non ci ho impiegato più di cinque minuti e allora, per un po’, sono tornato a guardare la lunga fila di persone in attesa.
Si muovevano a rilento. Molti sbuffavano. Altri controllavano l’orologio così spesso da sembrare vittime di un tic. Qualcuno si lamentava al cellulare – rigorosamente a voce troppo alta – di quanto tempo stesse perdendo per fare il biglietto.

Mentre li guardavo, ho pensato che io, in più di tre anni di utilizzo regolare di Trenitaglia, avrò fatto il biglietto allo sportello non più di una decina di volte. L’unico motivo a spingermi a farlo è che le dannate macchinette del biglietto veloce hanno la cattiva abitudine di darti il resto in monete da 50 e 5 centesimi. Quantità spropositate e immotivate di monete da 50 e 5 centesimi, considerato il fatto che esistono monete da 1 e 2 euro, e addirittura banconote da 5 euro.

Mi rendo conto di non aver mai cercato il contatto umano con il personale di Trenitaglia (forse più il contatto fisico, dato che una volta un bigliettaio se ne è uscito dal suo sportello con l’intenzione di menarmi, dopo che avevo protestato con un paio di pugni sul vetro divisorio. Ma anche questo è un altro discorso).
Non cerco il contatto umano, dicevo, di sicuro non con il personale di Trenitaglia. E’ per questo – mi chiedo – che sono naturalmente portato ad approcciarmi con gioia a quanto è tecnologico?
Credo anche di averla sognata, una notte, una specie di stazione futuristica in cui non esistevano bigliettai in carne e ossa. Niente risposte sgarbate, niente ricerche affannose davanti ai monitor dei pc, nessun Non so cosa sia la Cartaviaggio, nessuna fila provocata da tecniche di digitazione degne di un bradipo: solo una lunga fila di efficienti macchinette cagabiglietti. Nel mio sogno, credo, queste incredibili macchinette erano in grado di darti anche il resto in maniera sensata: due monete da 20 centesimi e una da 5, tanto per dire, non nove dannatissimi ramini (cosa credono, a Trenitaglia, che il tintinnare delle monete in stile slot-machine illuda qualcuno d’aver speso poco? O di aver vinto qualcosa, magari?).

Sono rimasto a guardare la lunga fila ancora per un po’. Dovevo avere quel tipico sguardo che riservo di solito a quelli che al cinema comprano il biglietto per il cinepanettone dell’anno.
Ho pensato ad un po’ di cose, per un attimo anche ad un concetto che nella mia testa ho provvisoriamente chiamato darwinismo sociale.
E ho pensato che anche la sfiducia nell’umanità, certi lunedì mattina, si misura in stazione.

freudMando il mio curriculum in giro.
Ogni tanto qualcuno mi risponde. Ieri, per esempio.

Gentile Dottor Maestrello – mi scrivono più o meno - al momento attuale la situazione di mercato è piuttosto depressa e tale da consentirci solo di raccogliere i curricula di potenziali collaboratori esterni. E’ quello che facciamo anche nel Suo caso, se Lei ci autorizza.

Beh, rispondo io, ovvio che vi autorizzo.

La nuova mail arriva questa mattina: Gentile Dottor Maestrello – mi scrivono più o meno – La inseriremmo senz’altro nel nostro database.

Proprio così: la inseriremmo, non la inseriremo.
Qualcosa in più di un semplice lapsus freudiano, io credo.

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